28 – Gennaio ‘87

gennaio , 1987

Il ristorante Relais Le Jardin dell’ Hotel Lord Byron in via De Notaris 5, ai Parioli, appaga tutte le esigenze snobistiche di una borghesia volgare, ignorante e senza palato, contenta di ritrovare intorno a sé il cattivo gusto dell’arredamento delle proprie case: il kitsch impera nei grandi camini di ceramica e nelle colonne pretenziosamente in stile ed eccessive in quei piccoli spazi che troppi specchi tentano di ingrandire. Un grande apparato esibizionistico che però crolla subito se si analizza il dettaglio: così sulle tovaglie di fiandra, tra una miriade di posate e vetri non proprio di squisita fattura, trionfano l’orrendo coltello da pesce e il posacenere. Lo spreco del personale addetto al servizio di tavola contrasta con la scarsa preparazione di quei camerieri in guanti bianchi che assetano i commensali e sgoccialano il poco vino sulle persone e sugli abiti (per tacere del fatto che disinvoltamente riempiono uno stesso bicchiere col vino di due diverse bottiglie). Prima di proseguire con l’analisi dei piatti precisiamo di prendere in esame una situazione speciale di un grande banchetto per una clientela particolarmente scelta e competente.
Dopo un miserevole aperitivo nel salotto-bar, allietato dalla musica eseguita da un ottimo pianista, per anguste scalette abbiamo preso il nostro posto a tavola e subito ci ha interessato la prima proposta del menù: una terrina calda di piccione su crostone di painbrioche alle olive. In realtà una striminzita porzione di paté dolciastro, acquoso e freddo su di un canapé che scompariva nel grande piatto circondato da uvetta passa e tre mezze olive. Seguivano i tagliolini con julienne di carni bianche: una pasta molto scotta in un rosso sugo lento con scipiti pezzettini di verdure e striscioline inconsistenti di carni poco identificabili (che avevano per di più la disgrazia di non andare assolutamente d’accordo col vino) e anche un po’ repellenti. Il terzo piatto si annunciava essere una delizia di salmone su letto di spinaci allo zabaione e burro rosso, orribile anche a vedersi: il salmone, di ottima qualità, era bruttato da una salsa giallastra e bavosa, orrido compromesso tra una salsa olandese e lo zabaglione del mattino; il burro rosso tale non era, bensì una diluita salsetta al vino; rara combinazione di pessimi incontri tra uova, pesce e vino rosso. Su tutti e tre i piatti veniva servito un ottimo vino bianco: il Ronco delle Acacie dell’Abbazia di Rosazzo, del 1985, ottimo in sé, che però era troppo aromatico e pesante con il piccione; che risultava un vero disastro sui tagliolini, abbinato ai quali acquistava un violentissimo gusto metallico; mentre appariva disperatamente inadeguata l’impresa di associarlo ad almeno uno dei contrastanti ingredienti del salmone. A tradimento arrivava a questo punto un sorbetto di limone, fuori posto, troppo acido e troppo freddo. Dallo shock avrebbe avuto il compito di farci riprendere il successivo controfiletto al dragoncello e mandarino: una fetta di carne piccola e fredda, sommersa da spicchi di mandarino bolliti, con a fianco una bouchée ai carciofi e un insipido addobbo di foglioline verdi, forse di dragoncello, ma chissà; attorno uno schizzetto di purée grumosa di speck e di patata cruda. Anche con questo piatto il buon rosso Tignanello dei Marchesi Antinori, del 1981, aveva il compito ingrato di sposarsi contemporaneamente al carciofo, agli agrumi e all’affumicato speck; ma questo matrimonio non s’aveva da fare. Il millefoglie di pera con mousse di cioccolato in cialda e salsa Williams era solo una pera cotta! Il Verduzzo di Ramandolo di G.Dri chiudeva in bellezza una sfilata di ottimi vini e si univa bene alla non sgradevole pasticceria mignon.
Chi viene in posti come questo non può anche permettersi il lusso di domandarsi quale possa essere il conto: noblesse oblige!

La Taverna dei Quaranta, in via Caudia 24, è uno di quei posti romani che potrebbero avere una intensa atmosfera, tra le mura di Claudio ed il vicino Colosseo; anche le altissime volte contribuiscono a dare un tocco non banale con il gioco dei soppalchi e l’articolazione degli ambienti. Il pubblico è un po’ consueto e prevedibile, reduce da tanti movimenti presenti e passati, con l’aggiunta di alcuni stranieri, tutti allietati dal suono di una fisarmonica. Non speravamo di certo in piatti di alta cucina, ma ci aspettavamo almeno quella sapida genuinità propagandata anche sui menù. Invece ci siamo trovati di fronte al peggiore dei tentativi di mistificazione culinaria che ci ha provocato due sole emozioni: la nausea ed il ribrezzo.
Gli spaghetti alla puttanesca, scotti, erano una assurda accozzaglia di ingredienti, tra cui spiccava il carciofo, mal cotto e barbuto le cui aspre punte si conficcavano in gola; le pappardelle alla giudìa alludevano, forse ironicamente, all’avarizia, vista la quasi totale mancanza di ingredienti e di sapori: erano solo piccanti. La fornara con patate era una carne molliccia, annegata in abbondante risciacquatura di piatti, su cui navigavano alcune patate fritte ed ammollate. Per contrasto l’abbacchio era così rinsecchito che più non si sarebbe potuto immaginare, le polpette di spinaci erano bruciate, unte ed amare, la coratelle con i carciofi consisteva nel recupero degli scarti dei carciofi precedenti tra cui, mimetizzati, si nascondevano minuscoli pezzettini di frattaglie senza sapore. La torta di ricotta era un abisso di sgradevolezza, gessosa e nauseabonda per un intenso odore di acido fenico, la torta di frutta presentava un po’ di triste frutta su di una base di sfoglia asciutta e sfatta, sbriciolata.
Abbiamo bevuto un cattivo Bianco di Custoza, appena un po’ profumato (Arvedi d’Emilei 1985), ed un Primizio, vino novello della Fattoria Montesanto, soltanto bevibile.
Siamo perplessi nel giudicare il conto: avremmo avuto diritto ad un risarcimento danni; presa in sé la cifra non era davvero alta, ma che senso ha pagare per questo?

Come abbiamo detto Roma è affollata di posticini, localetti, mescite, messi in angoli suggestivi, sotto volte possenti, arredati anche con gradevole fantasia e qualche bel pezzo d’antiquariato, che sarebbero estremamente piacevoli da frequentare, se l’atmosfera non risultasse rovinata da una strana protervia dei gestori e da un ancor più strano masochismo degli avventori, che li trasformano in spazi fumosi e maleodoranti in cui si è male accolti e frettolosamente serviti. Tale è il caso dell’enoteca Il Piccolo, in via del Governo Vecchio 74/75: una vineriuccia con pochi bei tavolini ed un vecchio bancone, in cui siamo entrati più volte, sempre irresistibilmente attratti dal posto e successivamente irritati per ciò che vi abbiamo trovato: si può infatti bere qualche bicchiere di buon vino e magari anche di champagne, tenuti come si deve, ma tra sgomitate, malagrazia e fumo, a prezzi che non sono da meno di quelli di via Veneto, e, inoltre, fanno piangere il cuore solo a vederle certe tartine di gamberetti e sparute fette di crostate messe lì sotto vetro in triste desolazione!

Poco più in là, in Piazza di Pasquino, c’è invece un ristorantino astrologico e vegetariano,
I tre maghi, che è quanto mai gradevole ed accogliente, con le sue ampie e luminose sale, pulite e aerate, dai colori chiari, e ben riscaldate. Il servizio è sorridente e garbato e dimostra come si possa offrire il comfort anche sotto il segno della «alternativa». Noi non ci sentiamo particolarmente coinvolti nei problemi zodiacali, però non ci ha dato fastidio questo aleggiare di Vergini e Acquari tutto intorno a noi. Il menù è diviso tra piatti di Fuoco, di Terra, di Aria e di Acqua, con un’appendice di piatti del mese non caratterizzata astrologicamente. Tra i piatti di Fuoco abbiamo provato un’Insalata di crescione, rughetta, sedano e spinaci, fresca e croccante che abbiamo potuto condire con un profumato olio d’oliva; ed un Tortino di crescione e lattuga, con farina integrale, morbido e caldo. Tra i piatti di Acqua, le Verdure miste al vapore erano tutte al giusto punto di cottura, abbondanti e varie; mentre dal menù del mese abbiamo scelto una gustosa Pasta al forno con broccoli, ricoperta di lieve besciamella. Forse meno riusciti i dessert: una Torta provenzale e una Torta di crema e mandorle, un po’ soffocanti e non molto saporite. Un piccolo inconveniente ci è capitato con il vino: un Bianco di San Gimignano Poggio alle Rocche di buona qualità, il cui aroma era pregiudicato dall’invadenza di un profumo di sughero proveniente dal tappo, forse anch’esso troppo integrale. Il conto resta, tutto sommato, accettabile e la lista è piuttosto varia e muta spesso.