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	<title>Sandro Gindro &#187; Freud</title>
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		<title>Psicoanalisi contro n. 1 &#8211; Lo spaventacavalli</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 1984 11:23:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’essere umano si costruisce vivendo. Quando sia iniziata la vita, nessuno lo sa, forse non è mai iniziata. La storia di ogni singolo uomo, però, ha avuto un inizio nel tempo, così si dice: al momento della nascita, cioè nel giorno in cui la società ha preso burocraticamente atto della sua esistenza oppure prima, come è più assennato credere, nel momento stesso del concepimento. In quell’istante, quella persona incomincia il suo viaggio in un ventre amico e nemico, e già in quel ventre incominciano le gioie e le tristezze.</p>
<p>L’uomo è uomo fin da subito. È perverso oltre che ridicolo, favoleggiare che vi sia un periodo in cui l’embrione o il feto non siano ancora l’essere umano. È assurdo fare il conto dei giorni per poter dire:</p>
<blockquote><p>«ecco adesso sei uomo, da ora ti dobbiamo rispettare e difendere, fino a ieri no; eri troppo imperfetto persino per avere diritto alla vita; in cosa consista la perfezione dell’uomo lo possiamo decidere soltanto noi che siamo adulti e perfetti».</p></blockquote>
<p><span id="more-73"></span>Questo dicono le madri, che vogliono illudersi di poter perpetrare pacificamente un omicidio. Questo dicono i padri, per non sentire disturbata la tranquillità della loro coscienza.</p>
<p>Può darsi che, per qualche ragione, quell’omicidio sia necessario; ma rimane un omicidio, doloroso, forse: ma bisogna chiamarlo con il suo nome, senza timore, o meglio, con tutto l’orrore che porta con sé un gesto che non bisognerebbe mai compiere, né fuori né dentro il ventre di una donna. E per acquietare la coscienza, è inutile fare l’elemosina alla donna che chiede la carità, con un bimbo in fasce tra le braccia all’angolo della strada, o urlare nelle piazze contro lo sterminio di milioni di bambini che muoiono per «la fame nel mondo». Non so se sia un bel gesto fare l’elemosina; è giusto lottare contro la fame nel mondo: però tutti gli omicidi rimangono tali. Non basta dire che non se ne è potuto fare a meno. Fin da subito, quel piccolissimo grumo pulsante vuole vivere; ma non solo, cerca il piacere e fugge il dolore. E noi, sapienti, adulti, facciamo molto di diverso?</p>
<p>Il feto sogna; oggi lo dice anche la scienza, prima non lo diceva nessuno perché tutti erano troppo spaventati da quella vita misteriosa dentro il corpo di un’altra persona. Le madri allora, orgogliose e superbe, potevano dire, stringendo fra le braccia quell’essere uscito dal loro ventre: — È mio —. E, manipolandolo con odio e amore, gli sussurravano: — Sei mio, ti ho fatto io! — Sei carne mia —.</p>
<p>Si è detto che il principio di proprietà è la causa dello sfruttamento e del lavoro alienato. Il principio di proprietà non riguarda soltanto il denaro, le terre, i castelli. Il principio di proprietà si radica nel ventre delle madri ed è il più terribile, perché è quel principio che pretende di possedere l’altro tutto intero. Le madri, anche, sanno dare, conoscono il sacrificio e l’abnegazione; ma prima di tutto, al fondamento di tutto, c’è l’avidità smisurata, il possesso di quella vita «frutto delle viscere».<br />
I padri, sciocchi e imbelli, si sono da sempre arrabattati ad inseguire la madre nel rivendicare il possesso: — È mio figlio. — Dicevano e dicono. — Io sono il padre. Io sono tuo padre. — Ma sono perdenti, sono stati sempre perdenti. È la madre che ha il diritto di proprietà e di possesso. — Sono una mamma. — Dicono le mamme con gli occhi dolci di vacca e gli altri, donne e uomini, annuiscono: — Sei una mamma, e quella è carne tua. — La lotta di liberazione dalle madri, forse, non è ancora neppure incominciata, perché non è ancora incominciata la lotta di liberazione delle madri. Finché la donna non si libererà dalla voglia di ingoiare ciò che ha contribuito a mettere al mondo, sarà sempre una povera, piccola donna, vittima della propria maternità e della sua tirannide metafisica.</p>
<p>Un arcaico slogan femminista strillava: «L’utero è mio e lo gestisco io». Purtroppo, però, dietro a questo slogan c’era una terribile affermazione non detta: «È mio anche ciò che è dentro l’utero; in quel piccolo spazio, dove si annida una vita altra da me, lì si annida il mio potere. Il figlio è mio e lo gestisco io». Questo dice quello slogan smascherato dall’ingenuità d’una troppo facilmente smascherabile cattiva coscienza. Ed invece dobbiamo avere il coraggio di dire no, uomini e donne. Ciò che è dentro l’utero è padrone di se stesso e chi usa il cordone ombelicale come cappio e capestro venga impiccato.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
Ma la storia, forse, è incominciata anche prima. I due gameti, brandelli sperduti di realtà, un giorno, o una notte, si sono incontrati; ma di dove venivano? Venivano di lontano, da altri corpi, che hanno avuto una loro storia e che hanno segnato, forse, con i loro sogni e le loro avventure, anche quelle due piccole cellule, incomplete e perfette allo stesso tempo. La storia di ognuno, non solo della specie umana, ma di ognuno, di ogni singolo individuo, si affonda nella notte dei tempi. Eppure io, oggi, sono qua, in questo momento scrivo; racconto la mia storia, raccontando la storia di tutti e nel raccontare la storia di tutti so che racconto anche la mia storia.</p>
<p>Chissà come mi ha toccato mia madre: l’ho sognato e l’ho fantasticato; chissà come era la voce di mio padre: l’ho sognata e la ricordo; chissà come sono vissuto in quel ventre: bene e male, ne sono certo. E prima?&#8230; Io sento di non aver dimenticato nulla, benché ricordi poco di ciò che è dietro di me, ma che è anche dentro. Non so di dove sorgano la maggior parte delle fantasie e dei desideri. Improvvisamente, voglio e non voglio. Dentro di me c’è la memoria, che si arricchisce continuamente. Nulla va perduto, del mio passato, altrimenti io, oggi, non sarei così come sono. Oggi sarei uguale a tutti gli altri; ma la mia storia e i miei ricordi mi hanno reso irripetibile. Io sono il cumulo dei miei ricordi, fisicamente e psichicamente. Il mio corpo si è costruito nei gesti, nelle abitudini; questa pelle si è modificata sotto le carezze, queste braccia nei gesti, questa gola nelle parole, dette e non dette; e quelle non dette hanno gonfiato la mia gola, sono rimaste, a modificare le corde vocali, a tenderle e a rilasciarle. E le parole ricacciate dentro: dove? Nello stomaco e altrove, rannicchiate da qualche parte, continuano a ronzare. Le parole mie sono i miei pensieri; ma i miei pensieri vengono dai pensieri degli altri, dalle parole degli altri, che mi sono entrate dentro, che ho capito e non capito. Io sono il frutto di tutte le mie esperienze e di tutti i miei pensieri; ma queste esperienze divengono continuamente e i miei pensieri si arricchiscono continuamente e la coscienza ben poco sa di tutto questo. La coscienza coglie un istante di questo divenire e dice: «Ecco, io so».</p>
<p><strong>3</strong>.<br />
Molto spesso la coscienza, però, non sa di che cosa è cosciente; sa, percepisce, si ripiega su se stessa e dice: io in questo momento&#8230; ma in quel momento la coscienza non sa di dove viene quello che sa. La coscienza, però, non è soltanto uno schermo, come può dire una semplice psicologia, su cui si proiettano le fantasie e i desideri che nascono dall’inconscio; la coscienza non è inerte.</p>
<p>La passività della coscienza è l’ingenuo e rozzo capovolgimento di una antica concezione altrettanto bizzarra, quella che affermava essere la coscienza il principio dinamico e tutto il resto una inerte collezione di ricordi, estraibili a piacere dalla volontà cosciente. La coscienza è un modo particolare di essere della persona tutta intera; è il luogo in cui l’essere umano dice a se stesso «io» ma, l’io non è nella coscienza. L’io è tutta la persona.</p>
<p>Neppure così, mi pare funzioni il ragionamento. Secondo me, è meglio dire in questo modo: la coscienza sa e sa una parte di ciò che può sapere; l’inconscio sa e, forse, sa tutto il resto. Ma il sapere non è sapere; è ricordare; quando noi diciamo una cosa, la diciamo perché ricordiamo. L’abbiamo imparata, magari, soltanto un istante prima, ma è già ricordo. Non si può parlare che di ricordi, non si può pensare che ai ricordi; il presente, il momento stesso in cui si presenta, si presenta come ricordo. Allora uno vive di ricordi? No, l’uomo vive con i ricordi. Ma l’uomo dov’è? L’uomo è qui ed ora, con i suoi ricordi; di più non è possibile dire&#8230; Ma certo che è possibile dire di più! L’uomo è anche il suo progetto, è anche la sua fantasia, è anche il suo desiderio. L’uomo si proietta anche nel futuro. Ma il futuro, appena è detto, è un futuro che è un ricordo. Il ricordo di un futuro. Ma allora dove è l’uomo? L’uomo è qui ed ora. Nel suo breve presente, che è sempre un ricordo, perché è sempre una memoria.</p>
<p><strong>4</strong>.<br />
Ma c’è qualcosa che muove il tutto? O meglio: c’è qualcosa che muove l’essere umano? L’essere umano diviene, se diviene, quindi, si muove e il suo movimento ha una causa. Non so se è importante cercare la causa del movimento in generale: poiché tutto muove. Forse, è inutile. È inutile ripetere banalmente Eraclito; tutto scorre e basta.<br />
Ma il movimento nell’essere umano ha una causa e questa causa non so se è prima o dopo l’uomo, alle sue spalle o davanti. Potrebbe essere dentro di lui; ma se fosse soltanto dentro, sarebbe tutta circoscritta nell’interno della persona e la persona sarebbe la fantasia di una persona che sta lì ferma ed immobile, pensando se stessa. Una persona invece desidera: ecco svelato il mistero. La causa del movimento è il desiderio; o meglio il desiderio è la causa della causa. Prima di ogni causalità esiste il desiderio e alla fine di ogni effetto esiste il desiderio, in quanto ci si muove perché si desidera. Anche il desiderio dell’assenza del desiderio è un desiderio: desiderio di che cosa?</p>
<p>Il desiderio non può che essere desiderio di ciò che si desidera. L’uomo che cosa desidera? L’uomo desidera, banalmente e teneramente, il piacere. Ma il piacere è un desiderio e il desiderio è piacere. Riscoprire il vecchio edonismo può essere una rozza semplificazione della realtà umana. Però, io non vedo altro.<br />
Il piacere ha sempre un volto e ha sempre una storia.</p>
<p>La psicoanalisi classica parla di un qualche cosa che dentro l’essere umano, giudica i piaceri, ponendo divieti. Ma vi è un’altra realtà dentro e fuori di noi; prima fuori e poi dentro e poi di nuovo fuori e così via all’infinito, che ci dice che cosa è il piacere per noi. Se l’essere umano non si dicesse che cosa è il piacere, non potrebbe provare piacere. Il piacere del piacere non è possibile. Il piacere è sempre piacere di qualche cosa; magari piacere di desiderare. Il desiderio si guarda subito allo specchio e vi trova un piacere; però questo piacere non riflette completamente il desiderio. Vi è qualcos’altro, alle spalle del desiderio, che condiziona il piacere.</p>
<p>Con queste frasi, un po’ oscure e un po’ bizzarre, voglio dire una cosa semplicissima: che non si riesce mai a provare piacere e basta. Si viene al mondo con un apparato psicofisico che prova piacere per certe cose e non per certe altre.<br />
Forse il piacere è il bene; ma il bene, nuovamente, è una parola astratta, se non è la descrizione di un bene.</p>
<p>Alcuni esseri umani provano piaceri; hanno piacere di cose per cui altri esseri viventi non provano piacere. Ogni gruppo sociale ha i suoi piaceri, ogni individuo i propri.<br />
Il vivere è l’unico piacere ricercato per sé; ma la vita, in realtà, non esiste: la vita è sempre questa o quella vita, bella o brutta che sia. Ogni persona ha la sua storia, quindi ha imparato a provare piacere per una quantità diversissima di situazioni e di stimoli, talvolta, addirittura contraddittori. Dall’esterno gli hanno detto che questo è piacere e quell’altro non lo è; e poi ancora gli hanno anche detto che se prova piacere per questo, è un essere immorale, quindi non deve provare quel piacere, o non deve lasciarsi andare a questo piacere, il che è poi la stessa cosa. I vari volti del piacere non coincidono mai: Giano ha due volti; ma il piacere ne ha tantissimi, non infinti, ma tantissimi. Guarda da tutte le parti e ci guarda da tutte le parti e noi cerchiamo di guardarlo negli occhi: quali occhi? Qual è il volto del piacere che preferiamo? Qual è il piacere che è davvero piacere?</p>
<p>I piaceri dentro e fuori si affollano; spesso sono in conflitto tra di loro. L’uomo, mentre cerca di realizzare un desiderio, ne sente improvvisamente un altro; il primo perde, allora, sapore. Il desiderio del nuovo piacere lo domina, talvolta completamente; ma il suo predominio dura poco. Altri stimoli si affollano; allora tutto si capovolge e si presenta la noia.<br />
La noia è il desiderio del piacere spinto all’eccesso: esprime l’ossessività del desiderio.<br />
La noia è un’attesa inerte e dolente, fatta di piccoli gesti, sempre uguali; ma sempre un po’ diversi.<br />
Tutto è immoto, come prima di un’esplosione catastrofica.<br />
La noia è il delirio del piacere.</p>
<p><strong>6</strong>.<br />
«Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non pensi alla trave che hai nel tuo occhio? O come dirai al fratello: Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre una trave è nell’occhio tuo? Ipocrita, leva prima la trave dal tuo occhio, e allora avrai la vista capace per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello». (Matteo, VII) Questa è una delle più belle definizioni dell’inconscio che siano state date. L’inconscio è anche ciò che siamo e non vogliamo essere; e ciò che siamo e non vogliamo essere, lentamente, ci struttura. Gli esseri umani vivono negando una grande parte di loro stessi. Ho detto che i ricordi non possono essere tutti immediatamente presenti alla coscienza; per ragioni di spazio e di equilibrio psichico.</p>
<p>I ricordi sono ricordi di esperienze, le esperienze sono desideri, i desideri sono contraddittori. L’essere umano desidera molto; ma pochi dei desideri può riconoscere di provarli. Ancor prima di cercare di realizzarli, molti desideri debbono essere inibiti. Il trave che è nel nostro occhio non lo si vuol percepire, si preferisce allora buttarsi ad osservare la pagliuzza che è nell’occhio altrui. Spesso, si è acuti e penetranti nell’individuare le caratteristiche, i difetti, le colpe dei nostri compagni di viaggio; ma noi non possiamo accettare di essere tutto quello che in realtà siamo. Non solo i desideri fantasticati; ma anche i piaceri che realmente si provano, devono essere negati. Spesso si compie un gesto che ha un chiaro significato e, mentre lo si fa, lo si spiega in modo totalmente opposto. Questa lotta continua per non conoscerci, ci costruisce giorno per giorno. L’uomo si abitua a raccontare sé a se stesso in un modo che gli vada bene, che non faccia troppo soffrire o che non metta addosso troppi sensi di colpa; e poi, ancora, racconta se stesso agli altri, molte volte mentendo consapevolmente e questo è anche giusto: essere troppo scoperti rende deboli.<br />
I genitori e gli educatori condannano le bugie e ci vogliono sinceri; ma con altri messaggi, meno espliciti, ci invitano a mentire, per difenderci o per buona educazione. Educare vuole anche dire insegnare i gesti e le parole che si debbono usare nel rapporto con gli altri. Ogni gruppo sociale ha i suoi rituali e le sue frasi convenzionali che si chiamano buona educazione. Vi sono comportamenti ritenuti adeguati per ogni situazione e per ogni età. Tutti, anche se non lo vogliono, sono condizionati dalle regole di comportamento che vedono attorno a loro. Un gesto del tutto inventato non è possibile, non solo perché non è comprensibile all’altro, ma perché, prima di tutto, non è comprensibile a noi.</p>
<p>Le regole della buona educazione servono, implicitamente, non solo ad esprimere la benevolenza; ma anche l’aggressività. Il linguaggio è liberatorio e costrittivo allo stesso tempo, la buona educazione fa parte del linguaggio e quindi anch’essa ha un duplice aspetto, l’uno negativo, l’altro positivo. È troppo semplicistico e squallido rifiutare in blocco le convenzioni della «buona educazione». La buona educazione è anche cortesia e la cortesia è cara agli dèi.<br />
Io penso che la cortesia sia sacra.</p>
<p>Essere cortesi, però, vuol dire anche saper mentire; la sincerità può essere violenta e brutale e, talvolta, più dannosa di una menzogna. Sarebbe molto importante educare i bambini alla cortesia come rito vicino all’erotismo, e insegnar loro a disprezzare invece l’irrigidimento frigido delle buone maniere, di quelle che vengono loro imposte, ad esempio quando «si va in visita».</p>
<p>La cortesia è tenera e calda anche quando è menzognera. La convenzionalità delle frasi fatte, banali, è squallida perché è stupida e vile. La cortesia è coraggiosa, perché ci insegna a vivere anche per gli altri, non soltanto con gli altri. Gli antichi erano cortesi anche con il nemico, perché la cortesia è un rito che rende la vita piacevole comunque. La cortesia insegna a scoprirsi lentamente, rispettando i tempi degli altri. La banalità delle frasi fatte e dei gesti rattrappiti in una convenzionalità stereotipa, impoveriscono ed ottundono; e proprio in questi gesti, si annida l’inconsapevolezza: si incomincia con queste falsità e poi ci si abitua a negare di provare ciò che in realtà si prova. La cortesia insegna che non tutti i desideri che si manifestano dentro di noi possono essere realizzati; le buone maniere negano agli altri, e, prima di tutto, a noi di provare questi desideri. Ecco allora l’ottusità tronfia di chi si ritiene sempre nel giusto, e di chi, pur dicendo di volersi mettere in discussione, non fa altro che parlare di sé, parlare, parlare, coprendo gli altri della bava delle proprie parole.</p>
<p>Ecco i genitori che raccontano ai figli una storia impossibile: la loro famiglia è la migliore, loro sono quelli che si sono sacrificati di più, gli altri genitori sono pessimi, gli amici sono traditori e il mondo è abitato da malvagi. Ciò che è stato dato è il meglio che si poteva dare. Talvolta, queste bugie fanno tenerezza, perché servono a coprire lo squallore di un’esistenza miserabile; e, raccontare ai figli una vita improbabile, serve a sentirne meno la tristezza. Ma questa tenerezza è sufficiente a giustificare l’inganno?</p>
<p>Ingannarsi ed ingannare è pericoloso, sebbene, spesso, sia indispensabile. Guai però a chi scambia l’inganno con la verità. La viltà non è mai positiva: l’inganno deve essere riconosciuto e riconosciute devono essere tutte le sue conseguenze. L’inconscio è costruito d’inganni. Inganni che ognuno fa a se stesso, per alleggerire un po’ il peso delle contraddizioni che ci sentiamo ribollire dentro.</p>
<p>I piaceri e i desideri sono contraddittori, molti, non solo sono inaccettabili; ma fanno anche paura. La paura del piacere è indotta nell’uomo da sempre. Chi prova piacere teme una punizione. Si diceva un tempo: «gli dèi sono invidiosi della felicità umana». Questa frase sta a significare che l’uomo teme troppo il piacere. Lo teme troppo perché per lui è tutto. E mette a disagio sapere di essere circoscritti nella bolla di sapone del piacere.<br />
Allora si favoleggia di altro.</p>
<p>Fin dall’antichità si è cercato di scindere la virtù dal piacere, riducendola, quindi, a una povera cosa indesiderabile; ma che riempie la bocca degli stolti e dei malvagi. La virtù ci insegna a scegliere tra i piaceri; ma deve essere un piacere.<br />
Non gli dèi sono invidiosi della felicità umana ma l’uomo della felicità altrui. La virtù deve essere scevra di invidia; ma ricca di piaceri.<br />
Ma allora: solo i piaceri malvagi fanno paura? Purtroppo non è così. L’uomo è inserito in una rete di contraddizioni. Molti piaceri fanno paura perché sono troppo intensi, perché ci hanno detto che non dobbiamo provarli, perché non li possiamo realizzare e poi, ancora, perché e perché&#8230; Poi non esiste solo la paura del piacere; esiste anche il piacere della paura.</p>
<p><strong>7.</strong><br />
Ecco allora esplodere l’anticonformismo degli imbecilli e nuovi slogan si sostituiscono ai vecchi. «Tutti i desideri sono buoni. Nessuno ha diritto di sindacare la mia ricerca del piacere». Ecco gli slogan dei finti liberati, che non accettano di pensare sulle loro scelte, perché, in realtà, non hanno il coraggio di rispettare le scelte degli altri; ma, soprattutto non hanno il coraggio di lottare per guardare meglio dentro quel cumulo di piaceri, contraddetti e contraddittori che è il loro inconscio, e allora accettano il qualunquismo di una neutrale amoralità; perché non accetterebbero mai di scoprire dentro di loro qualcosa di riprovevole. Nell’inconscio abitano quindi i desideri non riconosciuti; ma che continuano ad agire. La lotta per negarli costituisce la nostra personalità. Noi siamo quel che siamo, noi siamo quel che sappiamo di essere e quello che non vogliamo essere.</p>
<p><strong>8.</strong><br />
L’inconscio è un luogo in cui risiedono tante cose; cose strane ed incomprensibili, di cui l’uomo ha paura, ma non soltanto. L’uomo è affascinato dal proprio inconscio, lo sente dentro di sé e attorno a sé. Io non so, bene, dove mi trovo. Mi sento presente a me stesso quando mi percepisco e mi osservo; ma la presenza di me a me stesso è, anche, sempre un po’ un sogno.</p>
<p>Sono, spesso, lontano da me: mi conosco e non mi conosco, capisco e non capisco i miei gesti. Credo di sapere cosa voglio; ma so, anche, di non saperlo.<br />
La lotta è bella, perché è ricca di possibilità e di esiti imprevisti; l’imprevisto genera altre situazioni misteriose, in tutto questo io dove sono? Sono qui e là allo stesso tempo; sono dentro e fuori la mia pelle. Forse sarebbe tempo di dare dell’uomo una definizione che lo descriva una volta per tutte; ma, se ci riuscissimo, sanciremmo la definitiva morte dell’uomo.</p>
<p>L’uomo diverrebbe la propria mummia. Mummia avvolta in bende di bisso, gli occhi spenti e la pelle immobile in un sonno eterno. Ma neppure la mummia è mummia di se stessa. Anche la mummia è il sogno di una mummia e il mio sogno: vicina e lontana, nella fantasia o in un museo. Quindi non è possibile ridurre l’uomo ad una mummia di uomo.</p>
<p>Bisogna avere il coraggio di affrontare i meandri in cui si disperde l’essere umano. Il labirinto, l’antica costruzione di Minosse, rappresenta il corpo, l’inconscio: cioè l’uomo, che si perde e si ritrova continuamente.<br />
L’uomo sente un Minotauro dentro di sé, terrifico.<br />
Dedalo si mette le ali, Icaro si mette le ali, fuggono verso il sole. Ma chi riesce a liberarsi da se stesso?<br />
Il sole scioglie la cera con cui erano incollate le ali sulle spalle del troppo temerario Icaro. Icaro cade nuovamente dentro l’uomo: cioè dentro a se stesso e la storia ricomincia.</p>
<p>Il Minotauro continua a fare paura, il sole continua a splendere.<br />
Il labirinto deve essere percorso; bisognerà uccidere il Minotauro, ma non è ancora tempo. Il filo di Arianna è la vera prigionia dell’uomo, lo lega o lo costringe ad uscire.<br />
Il labirinto si distende: luogo di tristezza, oppure, anche, di gioia. In alto c’è il sole, in qualche luogo si nasconde il Minotauro.<br />
Il filo di Arianna costringe alla fuga: bisogna, invece, impadronirsi del labirinto, uccidere il Minotauro ed accorgersi di essere in uno splendido giardino. Io voglio rimanere uomo: sotto il sole. Questa che ho raccontato è una storia strana; l’ho pescata nel mio inconscio: ecco perché neppure io la riconosco del tutto; ma nell’affondarmi in essa mi smarrisco e mi ritrovo.<br />
Nel labirinto vivo la mia avventura: io sono il labirinto.</p>
<p><strong>9.</strong><br />
L’umanità è molto giovane. Il tempo passa in fretta e l’uomo cambia poco. Noi siamo figli di pochi padri e di poche madri riconoscibili. Ci sentiamo venire di lontano; ma la lontananza si perde oltre nebbie impenetrabili. Noi siamo figli della Grecia antica; là sono state poste le basi della nostra cultura ed i principi su cui si fondano le nostre convenzioni. I greci hanno detto cose sagge e cose sciocche.<br />
Non mi ritrovo completamente neppure nel mondo degli Elleni. Però quello è un mondo che amo.</p>
<p>Rifiuto tutte le letture che ne sono state fatte: mi sembrano inadeguate e riduttive; so di pensare questo perché sono geloso.<br />
Quell’antico mondo è giunto a noi a brandelli, nulla è intatto. Noi cerchiamo di rimettere insieme ciò che è disperso e smozzicato; ma il risultato è sempre un po’ ridicolo.<br />
Percepiamo qualche cosa di grande che, però, è anche frutto delle nostre proiezioni: soltanto il sole, da allora, è rimasto quasi intatto.<br />
Gli studiosi si arrabattano a dividere la cultura antica in epoche, ad osservare marmi infranti, pitture senza colore e cumuli di parole giunte a noi, assai di rado in testi integri. La cosa più terribile è che di quell’antico mondo abbiamo perso del suono persino il ricordo.</p>
<p>Eppure, quello che è rimasto affascina e travolge, perché riesce a comunicare, nonostante tutto, emozioni così intense che sembrano sorgere dal nostro presente e non dal passato.<br />
La cultura ellenica è nata già perfetta. Anche quando non conosceva la scrittura sembra possedere una maturità meravigliosa. Forse per quella cultura lo scrivere non era essenziale. Certo, oggi, usiamo gli antichi pensieri, pervenutici attraverso le parole scritte, come principale via per raggiungere la comprensione di quel mondo. Ma la parola è troppo poco, soprattutto quando non è più che un inerte segno senza suono.</p>
<p><strong>10.</strong><br />
Riprendiamo, ora, la strada che ci porta a descrivere l’inconscio. Io penso che la cultura greca arcaica ne avesse una chiara nozione e gli uomini di quel tempo lo percepissero nettamente, tanto da descriverlo pur difendendosene.<br />
Percepire l’inconscio fa sempre paura: nel labirinto il Minotauro non è ancora stato ucciso.</p>
<p>Quell’antica descrizione parla dell’inconscio unendo scienza e poesia, riuscendo, così, a raggiungere il massimo di verità possibile.<br />
In quei tempi si raccontava di un dèmone chiamato «Spaventacavalli» (Taràxippos). Questo dèmone era lo spirito di un eroe seppellito nei pressi di Olimpia: luogo in cui, come tutti sanno, periodicamente, i più belli e valorosi maschi dei popoli ellenici si incontravano per gareggiare. Durante le corse con i carri, accadeva che, talvolta, i cavalli improvvisamente si impennassero, come spaventati da una presenza misteriosa; l’auriga colto alla sprovvista, non sempre li sapeva dominare e il carro si rovesciava nella polvere.</p>
<p>Molto spesso questo accadeva quando l’atleta era già convinto di aver raggiunto la vittoria. Perché questo era accaduto? Era colpa dello Spaventacavalli che, uscito dalla tomba, per qualche ragione adirato, aveva deciso di compiere quel gesto maligno. L’uomo si sentiva vittima di una strana forza che, con determinazione, lo aveva trascinato nella caduta.<br />
La piccola scienza della psicoanalisi parlerebbe di «atto mancato». L’auriga da tempo sognava la vittoria, si immaginava splendente ed incoronato, circondato dagli amici giubilanti e tra quegli amici un amante emozionato cui dedicare la vittoria. Ma i sensi di colpa erano lì, pronti a fargli compiere un gesto inconsulto; ecco, quindi, la punizione non voluta consapevolmente; ma cercata inconsciamente con determinazione: il povero auriga voleva e non voleva vincere.<br />
Ma il mito antico è più completo; descrive, meglio, una situazione, un momento della vita dell’uomo, unendo scienza e poesia.</p>
<p>Chi fosse lo Spaventacavalli non era così facile da determinare. Si diceva che fosse lo spirito del valoroso auriga Olenios oppure Alcatoo, figlio di Portaone, sepolto con il suo cavallo. Si diceva, ancora, che fosse Mirtilo, il quale, al servizio del re di Pisa, Enomao, aveva ingannato il suo signore, portandolo alla rovina. Enomao aveva deciso di dare in sposa la propria figlia, la bella Ippodamia, al valoroso che lo avesse vinto nella corsa sui carri. Molti giovani avevano gareggiato con lui, sconfitti erano stati decapitati. (Da queste gare sarebbero nati i giochi di Olimpia). Di lontano, giunse, per gareggiare, Pelope, figlio di Tantalo ed amante del dio Poseidone, che chiese l’aiuto di Mirtilo. Questi manomise il cocchio del re che si ribaltò durante la gara, Pelope vinse e lo spirito di Mirtilo, che morì di morte violenta, aleggiava sempre su Olimpia.<br />
Un altro racconto diceva che proprio il divino amante di Pelope, Poseidone Ippio, fosse lo Spaventacavalli. E poi ancora di altri si favoleggiava (vedi Pausania, VI, 20 15 – Gebhardwissowa, IV, A.2.).</p>
<p>L’inconscio è uno Spaventacavalli. Non è soltanto dentro di noi. Noi sentiamo, spesso, di esserne preda. È al nostro fianco: amico e nemico; sconosciuto ed imprevedibile. Qualche volta riusciamo a dominarlo, ma altre volte ci sopraffà.<br />
L’inconscio non è soltanto il nostro inconscio: è fatto, anche, dell’inconscio degli altri. I nostri desideri si incontrano con quelli degli altri. Gli altri pensano a noi e di noi, noi sentiamo questi pensieri, ancor più: ci costruiamo in questi pensieri. Gli altri ci desiderano e ci rifiutano, noi ci costruiamo in questi desideri e in questi rifiuti.<br />
L’inconscio è, quindi, uno Spaventacavalli.</p>
<p><strong>11.</strong><br />
Apollo era adirato perché il sommo condottiero degli Achei, Agamennone, aveva offeso un suo sacerdote, il vecchio Crise, rifiutando di rendergli la figlia, bottino di guerra.<br />
Il dio, con le sue frecce cariche di morte, diffuse nel campo acheo una terribile pestilenza. Così racconta Omero, all’inizio dell’Iliade.<br />
Agamennone fu costretto a rispettare la sacralità del sacerdote di Apollo e dovette, quindi, rendergli la figlia. Con un gesto tirannico, però, ordinò ad Achille di cedergli la sua schiava Briseide.</p>
<p>L’Eroe Achille, nel consesso degli Achei, dopo aver ascoltato le parole arroganti del sommo condottiero, avvampò di sdegno e di ira. La mano corse alla spada.</p>
<blockquote><p>«Disse così; al Pelide venne dolore, il suo cuore<br />
nel petto peloso fu incerto tra due:<br />
se, sfilando la daga acuta via dalla coscia,<br />
facesse alzare gli altri, ammazzasse l’Atride,<br />
o se calmasse l’ira e contenesse il cuore.<br />
E mentre questo agitava nell’anima e in cuore<br />
e sfilava dal fodero la grande spada, venne Atena<br />
dal cielo; l’inviò la dea Era braccio bianco,<br />
amando ugualmente di cuore ambedue e avendone<br />
cura; gli stette dietro, per la chioma bionda<br />
prese il Pelide, a lui solo visibile;<br />
degli altri nessuno la vide».<br />
(Iliade, Libro Primo, vv. l88/198, versione R. Calzecchi Onesti)</p></blockquote>
<p>La mano di Atena sui biondi capelli dell’eroe&#8230; un dio era intervenuto a modificare le intenzioni del giovane adirato.<br />
Achille aveva in sé quel dio; ma lo sentiva, anche, al suo fianco.<br />
Omero sapeva che Achille non era soltanto Achille.<br />
Tutto il mondo è pieno di dèi. Gli dèi animano tutto e l’uomo con essi è dappertutto. L’ira e la saggezza dell’uomo sono nella divinità che anima il mondo. L’inconscio quindi è dappertutto, non si può parlarne, se non si parla degli altri e del mondo. Non si può capirlo, se si è prigionieri di una piccola, vile scienza.<br />
Penetrando nel proprio ed altrui inconscio, l’uomo può raggiungere la saggezza. La saggezza è armonia tra l’uomo e l’uomo, tra l’uomo e gli dèi, tra l’uomo e le stelle. La psicoanalisi non deve aver paura dell’uomo, degli dèi e delle stelle. La psicoanalisi proprio per questo è una terapia.</p>
<p>Questa terapia si rivolge ad una persona che è qui ed ora, che vuol conoscersi, perché vuole guarire.<br />
L’uomo non sa esattamente in che cosa consista la guarigione; ma sa di voler e dover guarire.</p>
<p>Per guarire bisogna vincere stupidità e viltà, che sono frutto dell’inconsapevolezza. Per superare la viltà e la stupidità bisogna anche agire. La contemplazione è sterile se non partorisce l’azione ed anche la lotta. L’azione e la lotta hanno bisogno di una scena in cui realizzarsi; questa scena è il mondo, ma il mondo è un labirinto. Questo labirinto è l’uomo.<br />
La guarigione deve trasformare il labirinto in un giardino gradevole: bisogna rifiutare il filo di Arianna.<br />
Il labirinto è imprevedibile, sempre nuovo. L’uomo è qui ed ora; ma è sempre oltre, perché non è mai definibile. Sulla scena, Riccardo III lotta per il suo regno, gli spettatori lo guardano e fantasticano di essere sul suo cavallo; ma, sulla scena, il cavallo è di cartapesta.<br />
Riccardo III, però, un tempo, ebbe un cavallo vero.</p>
<p>Chi è Riccardo III? Nel tumulto della battaglia, è colui che grida:</p>
<blockquote><p>«Il mio regno, il mio regno per un cavallo».</p></blockquote>
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		<title>Psicoanalisi contro n. 0 &#8211; Il mistero della psicoanalisi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 1984 19:37:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Psicoanalisi è il nome:

di un procedimento per l’indagine di processi mentali che sono pressoché inaccessibili per altra via;
di un metodo terapeutico fondato su tale indagine per il trattamento di disturbi nevrotici;
di una serie di concezioni psicologiche acquisite per questa via e che gradualmente convergono in una nuova disciplina scientifica.

(S. Freud, Due voci di enciclopedia, 1922, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Psicoanalisi è il nome:</p>
<ol>
<li>di un procedimento per l’indagine di processi mentali che sono pressoché inaccessibili per altra via;</li>
<li>di un metodo terapeutico fondato su tale indagine per il trattamento di disturbi nevrotici;</li>
<li>di una serie di concezioni psicologiche acquisite per questa via e che gradualmente convergono in una nuova disciplina scientifica.</li>
</ol>
<p>(S. Freud, Due voci di enciclopedia, 1922, da Opere, ed. Boringhieri)</p></blockquote>
<p>Sigmund Freud è stato l’inventore della psicoanalisi.</p>
<p>Questa è una definizione riduttiva ed è una affermazione che non mi piace; allora, chi è stato Sigmund Freud? Sigmund Freud è stato uno scienziato che ha raccolto, talvolta raccattato qua e là, informazioni, nozioni e stimoli tentando con tutto ciò di costruire un discorso organico. È stato capace di grandi intuizioni e ha saputo osservare la realtà che gli stava intorno così da ricavarne alcuni concetti generali utili per intervenire sulla realtà stessa.</p>
<p>Sigmund Freud è stato un filosofo, che ha cercato di chiarire e sistematizzare ciò che le sue fantasie e le sue osservazioni empiriche gli venivano suggerendo: ha dato una visione dell’uomo e quindi ha anche dato una visione del mondo.<br />
Se un uomo si interessa del mondo e cerca di interpretarlo non fa altro che dare una definizione di uomo e se tenta di capire l’uomo non fa altro che proporre un’ipotesi di mondo.</p>
<p>Sigmund Freud è stato un buon organizzatore di esperienze altrui: ha preso qualcosa dalle affermazioni dei ricercatori del suo tempo, qualcos’altro ha ricavato dal pensiero dei filosofi a lui più o meno contemporanei, ha orecchiato ciò che gli artisti andavano dicendo, inserendo il tutto nelle serrate maglie di un pensiero coerente. Sigmund Freud è stato un genio che ha raccolto le esigenze di un’epoca, che ha contribuito a chiarire le intuizioni di millenni di filosofia, di arte e di scienza ed è riuscito a raccontare l’uomo all’uomo in modo che questi si ritrovasse.<br />
Ha descritto molte angosce profonde dell’umanità ed ha costretto gli uomini a prenderne coscienza.<br />
Non ha né esaltato né abbassato l’uomo, gli ha dato strumenti, forse un po’ rozzi, per orientarsi nel cammino. Lo sguardo di Freud è stato acuto e penetrante; intimidito, però, da ciò che vedeva.<br />
Nelle mani di Freud, Edipo, forse, non è più un eroe, ma ha la possibilità di scrollarsi di dosso secoli di ipocrisia. Edipo è in attesa…<br />
S. Freud è stato l’inventore della psicoanalisi.</p>
<p><span id="more-67"></span><strong>2.</strong> La psicoanalisi sorse nel periodo in cui il capitalismo si compiaceva di se stesso. Il capitalismo aveva già avuto evoluzioni e involuzioni, aveva superato crisi: riadattandosi e riadattando.<br />
Cercava una concretezza e questa concretezza sperava di trovarla nella scienza, contemporaneamente la scienza voleva trovare la propria dignità fondandosi sulla morale.</p>
<p>Ogni società ha la sua scienza e la sua morale; ma non è mai del tutto coerente con se stessa, sebbene si sforzi di sembrarlo.</p>
<p>Ogni società conosce due tipi di disagio profondo: il primo è quello che deriva dalle sue contraddizioni, dal conflitto tra il dare e l’avere, tra chi ha di più e chi ha di meno; il secondo è il disagio provocato da coloro che disturbano, contestandoli, i valori fondamentali su cui la società stessa tenta, se pur traballando, di reggersi.</p>
<p>Ogni società si difende in due modi: attraverso le abitudini che divengono istinti e attraverso la repressione violenta. La tradizione, io dico, non è mai repressione. Troppo spesso la tradizione è stata confusa con l’abitudine e i principi della tradizione con la violenza della repressione. Io amo la tradizione e le tradizioni, perché sono il mio e il nostro passato ed entrano nei miei e nei nostri sogni. La tradizione ci struttura e ci costruisce. Altri prima di me si sono amati, hanno lottato, sono morti, illudendosi di non morire. Io ripeto alcuni dei loro gesti, ripeto i loro sogni e le loro canzoni. Io sono anche gli altri; non soltanto quegli altri che vivono con me qui ed ora, ma anche quelli che sono stati prima di me e che hanno tentato di essere felici, inventando gesti per divertirsi, per amarsi e per odiarsi. La tradizione è lo splendore del mondo; l’abitudine è il suo squallore. La violenza della repressione è la morte dell’intelligenza. Quando la tradizione si fa abitudine, consuetudine, chiacchiera, si annida nella stupidità di coloro che giocano a carte perché non sanno stare insieme a parlare tra di loro, che vanno alla partita di calcio per vomitare volgarità e digerire il pranzo della domenica, che vanno a messa per una piccola paura dell’inferno.</p>
<p>Vivere la tradizione è continuamente riconquistare la poesia del passato e la tenerezza e la disperazione di coloro che sono vissuti prima di me. L’abitudine, soprattutto quando diventa chiacchiera ed istinto è la banalità del presente che si radica in qualche stereotipo. Alla fine dell’ottocento un tipo di scienza, né migliore né peggiore di quelle del passato, volle, definendo l’istinto, diventare istinto.</p>
<p>Ciò accadde perché la scienza ebbe paura di se stessa; ebbe paura della verità, ma soprattutto dei propri dubbi.<br />
È difficile accettare la possibilità di un’invenzione che può diventare verità, ma che può anche non diventarlo. In quegli anni il mondo occidentale volle essere certo nelle sue scelte, sperando di essersi dato un assetto definitivo, che poteva soltanto migliorare guidato dalla ragione e dalla scienza. Mentre il «progresso» diventava immagine e musica, sgambettando tra il gradevole spumeggiare del «ballo excelsior», la «bella epoca» spandeva la sua luce attraverso paralumi scintillanti di perline retti da donne di bronzo quasi nude contorte in uno spasimo sensuale.</p>
<p>La medicina insegnava ad individuare e a scoprire le vere cause delle malattie e la tecnologia inventava macchine per costruire macchine, che avrebbero costruito altre macchine, all’infinito. Ma se si mette un processo all’infinito, né all’indietro, né in avanti non si può trovare Dio, ma soltanto un serpente che ingoia la propria coda credendo ragionevolmente di interpretare l’eternità.<br />
L’epoca era bella; ma le sofferenze erano cocenti, lo sfruttamento e la miseria incrinavano l’autocompiacimento di quegli anni ed i potenti si esercitavano per la guerra.</p>
<p>Lo sfruttamento c’è sempre stato, così padroni avidi, così servi stupidi, così la connivenza dei prelati, così la stupidità della scienza, tutto è sempre stato, ma tutto è anche sempre nuovo.<br />
La fine del mondo non verrà quando sofisticate tecniche belliche faranno esplodere questo chicco di sabbia nell’universo, ma quando gli esseri umani si convinceranno di ripetere sempre la stessa storia. La psicoanalisi sorse in uno dei tanti momenti di contraddizione e fu scoperta insieme con le piume, il taylorismo e le cosce delle donne mentre le campagne si contorcevano nell’antica miseria e la città diventavano terribili.</p>
<blockquote><p>Gloria delle città<br />
terribili, quando a vespro<br />
s’arrestano le miriadi<br />
possenti dei cavalli<br />
che per tutto il giorno<br />
fremettero nelle vaste<br />
macchine mai stanchi,<br />
e s’accendono i bianchi<br />
globi come pendule lune<br />
tra le attonite file<br />
dei platani lungh’esse<br />
le case mostruose<br />
dalle cento e cento occhiaie,<br />
e i carri su le rotaie<br />
stridono carichi di scoria<br />
umana scintillando d’una luce più bella<br />
che la luce degli astri,<br />
e ne’ cieli rossastri<br />
grandeggiano solitarie<br />
le cupole e le torri!…..<br />
(G. D’Annunzio Laudi, Maia, Le città terribili)</p></blockquote>
<p>Il fumo delle ciminiere, il sudiciume delle strade, la miseria dei miseri offendevano il buon gusto. L’industria produceva e produce sporcizia e stupidità, questo è vero; ed è anche vero che Elena è diventata la grassa puttana del bordello di un porto. La mitologia racconta che, un tempo, Elena di Menelao, fosse un’antica dea madre: nell’ombra sgangherata del lupanare al porto ritrova il suo rapporto con la terra e il suo dominio sul fallo, di un fallo che sa di orina e non è profumato di ambrosia… ma questa è la storia del fallo, cioè un’altra storia.</p>
<p>Anche le piccole case borghesi che si coprivano di carte da parati azzurre e violette, con pagode e musmé, covavano nell’ombra le loro oscenità e i loro conflitti. Padre, madre, figlio o figlia: ecco desideri innominabili, una camera vietata, rumori nella notte, le mani che frugano tra le gambe; le gambe di chi? Non importa.<br />
«Io ce l’ho, tu non ce l’hai». L’invidia. E alcuni miserabili tumultuavano per invidia, perché volevano anche loro le musmé sulla carta alle pareti.</p>
<p><strong>3. </strong>L’economia, scienza precisa e matematica, fonda le sue teorie sui bisogni dell’uomo. I bisogni, che sono il fondamento, caldi e disorientanti, soggiacciono, però, alle leggi di mercato. I bisogni e i desideri coincidono e i desideri animano i sogni; quindi le leggi di mercato si fondano sui sogni. Tutto questo Sigmund Freud finge di non saperlo; ma altri, ben lo sanno.<br />
L’industria non vorrebbe reggersi né sui sogni né sulle cosce delle donne, almeno così dicono gli uomini che, vestiti da uomini discutono nei consigli di amministrazione. L’industria si regge sull’accaparramento delle materie prime, su leggi economiche di mercato ben precise e sulla volontà di lavorare di tutti: del padrone e dell’operaio.</p>
<p>Le leggi di mercato, però, dominano tutto, sogni e prodotti industriali. Gli artisti come Sigmund Freud non vorrebbero fosse così. Anche gli scienziati nei laboratori, ne vorrebbero essere al di fuori; ma i saggi sono consapevoli che non è possibile. Tutto è merce, perché tutto si può vendere: anche i prodotti dello spirito? Certamente, anche perché, lo spirito, forse, non esiste. Lo spirito coincide con l’ingegno umano, e l’ingegno umano deve, appunto, ingegnarsi. Ingegnarsi vuol dire buttare sul mercato prodotti sempre nuovi e quindi più vendibili. L’ingegno umano deve essere difeso, protetto e salvaguardato. Perciò deve essere protetta, difesa e salvaguardata la libera iniziativa.</p>
<p>La libera iniziativa è il sale della terra, ma la libera iniziativa deve essere difesa anche dalle multinazionali. Gli inventori vogliono che i loro «brevetti» vengano protetti, gli artisti vogliono che le loro opere, cioè le loro invenzioni, siano difese. Ciò è giusto, o meglio è indispensabile che sia così. Ma, se Freud ha inventato la psicoanalisi, e se la psicoanalisi è una tecnica utile a raggiungere uno scopo, questa invenzione chi la difende? Quale società dei brevetti, quale società degli autori ed editori potrà difendere l’invenzione di Sigmund Freud ?</p>
<p><strong>4. </strong>Bisogna, prima di tutto, definire la psicoanalisi; ma Freud non ne è in grado, non ne sono in grado i suoi amici, non ne sono in grado coloro che hanno fondato la prima società di psicoanalisi. Allora bisogna depositare un marchio, il marchio da depositare è una parola, questa parola è «psicoanalisi». Così vogliono le leggi di mercato; la scienza non può estraniarsi da queste leggi, seppure ciò dia fastidio agli scienziati. Anche le dinamiche inconsce sono inserite in un meccanismo di produzione; anche il complesso di castrazione ha un suo prezzo in denaro, poiché costa scoprirlo e costa farselo scoprire.</p>
<p>Molti credendo di muovere una critica alla psicoanalisi delle origini, e anche del presente l’hanno accusata di essere una religione, con un pontefice, dei vescovi che talvolta si radunano in Concili ed emettono scomuniche. La psicoanalisi, felicissima, si è assoggettata a questo modo di essere vista; il triregno pontificio, la porpora dei cardinali, il violetto dei vescovi che con il loro pastorale guidano le greggi degli uomini le conferiscono una grande dignità. Si è parlato di psicoanalisi ortodossa e di psicoanalisi non ortodosse, gli eretici pullularono e pullulano, il tutto ha un sapore di antico; si cerca astutamente di inserire queste lotte nella dignità di una tradizione antica: vi è una chiesa ufficiale e vi è un concilio di vescovi, e vi sono sacerdoti «ortodossi»; tutti gli altri sono al di fuori. Sono i «selvaggi» e la chiesa può mandare i propri missionari tra le foreste, pronti anche a dare la vita: il verbo è scritto e il verbo deve illuminare tutte le anime. Intorno all’invenzione freudiana si è strutturata una organizzazione che ha uno statuto, leggi e dirigenti; si è chiamata società di psicoanalisi. Un nome che cerca il riverbero dei bagliori della religione; ma che deve fare anche i conti con le leggi di mercato. La psicoanalisi, quindi, deve avere un «marchio di fabbrica», altrimenti in base a cosa ci si divide i profitti? Se la psicoanalisi è un prodotto dell’intelletto deve riscuotere i propri diritti d’autore, e questo è giusto. Ma la psicoanalisi si è ormai diramata in tante psicoanalisi, in tante chiese non ortodosse; certo, rimane salda l’unica vera chiesa, ma anche le altre pretendono di essere partecipi della verità.</p>
<p>La psicoanalisi, quella inventata dal medico viennese Sigmund Freud, deve difendersi e acutamente ha escogitato uno stratagemma. Non so chi abbia inventato per primo questa furba trovata, se la Società Internazionale di Psicoanalisi o una casa produttrice di cosmetici, ma non importa: io racconto ugualmente questo aneddoto.<br />
Molti anni or sono, una casa di prodotti di bellezza ne inventò uno, quanto mai banale e poverello; ma che venne tosto a dominare in tutte le stanze da bagno. Quel prodotto aveva un nome e la sua diffusione fu così capillare che, comunemente, tutti gli altri prodotti presto sfornati, con minime varianti, da altre ditte vennero comunque dalla gente sempre chiamati col nome di quel primo prodotto. Allora la pubblicità, astutamente, inventò uno slogan, che è uno dei più begli slogan pubblicitari che siano mai stati inventati. Lo slogan è questo: «Se non è Roberts non è borotalco». Ma poiché quel prodotto è diventato sinonimo di tutti i prodotti dello stesso genere, ovviamente tutti interpretano lo slogan nel significato che il vero e unico è il prodotto di quella prima casa che ha quel nome. E tutti gli altri? Tutti gli altri non solo sono false imitazioni, ma, proprio non sono «borotalco». È questa la sottigliezza: non sono falsi; proprio non sono; sono altro, ma sono talmente altro che sono completamente un’altra cosa. Non è vero nei fatti, ma che importa? L’importante è aver trovato un messaggio efficace. E, per un verso, da un punto di vista strettamente logico e giuridico la casa produttrice di quel primo prodotto ha perfettamente ragione. Così fanno quegli psicoanalisti che operano usando i principi del grande Sigmund Freud. Spesso coloro i quali hanno intrapreso una terapia con un terapeuta non freudiano si sentono dire dagli psicoanalisti che hanno il marchio Sigmund Freud: «voi non fate psicoanalisi». Questa è un’affermazione quanto mai astuta, che causa disorientamento, perché, ormai la parola psicoanalisi, serve a designare una serie molto varia e complessa di trattamenti psicoterapeutici, che a rigore, effettivamente non dovrebbero essere chiamati psicoanalisi, perché il termine psicoanalisi è un marchio che appartiene propriamente all’invenzione di Sigmund Freud. Qui si gioca però sull’ambiguità di una parola, che per un altro verso, ha acquistato nella storia dell’uso linguistico un altro significato: non indica soltanto più quella corrente, ma, ormai, sta per tutte quelle tecniche le quali si rifanno a un principio comune. Perciò quando uno psicoanalista che usa l’invenzione freudiana, dice agli altri terapeuti: «Voi non siete psicoanalisti», e dice a coloro che faticosamente e dolorosamente sopportano il ruolo di pazienti: «Voi non state facendo psicoanalisi», ha giuridicamente e formalmente ragione. È ovvio che quello che interessa è il messaggio pubblicitario, efficace e intelligente: «Voi state facendo niente, perché la psicoanalisi è solo quella, tutto il resto non è». L’angoscia che ne segue può essere lieve o intensa, ma comunque non può non sorgere, ma questo è giusto, questa è la lotta in una società che usa i «marchi di fabbrica».</p>
<p><strong>5. </strong>A questo punto, sorge la domanda: «A parte le astuzie dei cosiddetti «freudiani», che cosa è quella cosa che, comunemente, viene chiamata psicoanalisi? Esiste un denominatore comune che unisce tutte le varie correnti?» Indubbiamente, anche coloro che non usano il marchio Sigmund Freud hanno messo in atto le loro astuzie: si servono della parola «psicoanalisi» per indicare le loro teorie nella speranza di nobilitarle usando un termine che, seppure ambiguamente, richiama pur sempre il nome del geniale scienziato austriaco.</p>
<p>Allora non soltanto il linguaggio comune commette l’errore di chiamare tutti gli psicoterapeuti di un certo tipo psicoanalisti, ma anche costoro amano farsi chiamare psicoanalisti perché questa è una parola che ha ormai acquistato una dignità.<br />
Ho usato l’orribile espressione: «di un certo tipo», ma tant’è, non me ne veniva un’altra, e mi scuso. Ora quindi mi chiedo, che cos’è «questo certo tipo»? La risposta non può che essere banale, troppe cose intelligenti sono state dette sulle psicoanalisi e troppi comportamenti furbi sono stati escogitati, sotto tutto ciò non può che esserci una realtà molto semplice, limpida e chiara, per fortuna: oggi si chiamano psicoanalisti tutti coloro che lavorano basandosi sul presupposto che esista l’inconscio. Questa, forse, è una banalità che va oltre la banalità e che rischia di essere una sciocchezza, eppure è una verità. Allora, se è una verità, non è una sciocchezza; ed io sono convinto che non sia neppure una banalità, ma soltanto un fondamento. Da sempre i filosofi e i poeti, e la gente comune, credono nell’inconscio; però, pensare di strutturarlo, di indagarlo, di scoprirlo, cioè di renderlo almeno in parte non più inconscio, è il compito che parte della psicologia, e non soltanto quella freudiana, tenta di fare. Sigmund Freud è un genio, ma è, probabilmente, primus inter pares, pari a lui non sono certo tutti, ma solo alcuni: e la storia della scienza continua…</p>
<p><strong>6. </strong>La psicoanalisi e lo psicoanalista sono entità misteriose, ma potenti. Ecco perché talvolta sono oggetto di attacchi furibondi, un po’ ridicoli e spesso anacronistici. È difficile trovare un principio unificatore o un fondamento comune in questa congerie così articolata di teorie e concetti, tecniche ed affermazioni, in accordo tra di loro e più spesso tra di loro in contrasto. Le teorie dette psicoanalitiche sfumano l’una nell’altra, pur opponendosi si confondono con altre teorie che vengono da molto lontano. Prima ho detto che vi è un unico fondamento elementare e semplice: l’inconscio.<br />
Le psicoanalisi, quindi, dicono che esiste l’inconscio, ma in questa stessa affermazione si contraddicono. Dicono un non senso, cioè pronunciando l’inconscio dicono ciò che non si può dire, perché l’inconscio dalla parola cosciente non è neppure pronunciabile.<br />
L’inconscio è una parola che non ha nulla dietro di sé, o meglio: non ha nulla di dicibile; eppure ha senso che esistano le psicoanalisi soltanto se esiste l’inconscio e se l’inconscio è pronunciabile.</p>
<p>Vi è un secondo postulato nella e nelle psicoanalisi: «bisogna far diventare conscio ciò che prima era inconscio». Perché fin dai primi tempi delle psicoanalisi arcaiche i teorici hanno detto che «bisogna far diventare conscio l’inconscio»? Perché molte formazioni inconsce disturbano la vita cosciente, sotto forma di sintomi. La patologia psichica ha come sua causa qualcosa che avviene lontano dalla coscienza, nelle profondità dell’inconscio. La medicina, in generale, ha sempre ritenuto importante la diagnostica, ma una diagnosi deve reggersi su una ricerca eziologica. La scienza medica si chiede il perché delle cose e non si limita a descrivere i fenomeni così come avvengono. Queste sono affermazioni antiche. La psicologia in generale, la psicoanalisi in particolare, pensano di essere un’arte medica, il loro iddio protettore è Asclepio. Ma la domanda che adesso si pone è questa: se l’inconscio diviene conscio, si conosce la causa del disagio, ma che si fa dopo? Le risposte possono essere molte ma due sono le più importanti. La prima dice che la presa di coscienza vissuta con tutto il suo carico di emotività ha una funzione catartica, perciò attraverso la sofferenza purificante si giunge alla guarigione; la seconda dice che è possibile mettere in atto tecniche che ristrutturino il campo dell’inconscio in modo che queste formazioni patogene non producano più sintomi patologici.</p>
<p>Ma l’inconscio può diventare conscio? Io penso di sì, perché, altrimenti, non sarebbe inconscio. Soltanto ciò che è conscio non può divenire conscio, non ha senso infatti proporsi di far diventare conscio ciò che è già tale. Ha invece senso che si desideri far diventare conscio quello che è inconscio, e questo vale anche al di là delle ragioni strettamente terapeutiche:</p>
<blockquote><p>«nati non foste a viver come bruti,<br />
ma per seguir virtute e canoscenza».<br />
(Dante, Divina Commedia, Inferno XXVI)</p></blockquote>
<p>Non solo è importante la conoscenza della virtù, ma è anche importante sapere che la conoscenza è virtù; conoscere ciò che non è cosciente vuol dire conoscere ciò che non si conosce. Nell’inconscio vi è un’intrinseca tensione che lo spinge a voler diventare conscio, insieme con forze altrettanto tenaci che tentano di far sì che ciò che è inconscio rimanga tale. Questa duplice esigenza è presente anche nella sfera cosciente. Ma la coscienza vuole ciò per ragioni conscie o inconscie?</p>
<p>Ma, se l’inconscio è inconscio, chi ha detto all’uomo che l’inconscio esiste? La risposta più semplice sarebbe: quell’energia inconscia, quella forza tensionale che vuole che ciò che è inconscio divenga conscio, talvolta, si ribella ed esplode improvvisamente, nella coscienza. Ma quando diviene cosciente non è più inconscio, quindi la coscienza non può conoscere che l’inconscio già diventato conscio; perciò l’inconscio sarà sempre inconscio. Come si può allora percepire la realtà dell’inconscio, e, soprattutto, come si è potuto pensare che esistesse l’inconscio? Un primo aspetto dell’inconscio è che l’inconscio è memoria. Non è certo la memoria fredda e inerte di una collezione di dati. È una memoria in continuo ribollimento. D’altronde la coscienza non coglie che una minima parte di ciò che è in sé e attorno a sé; come il cosiddetto corpo non esplica che alcune funzioni in dipendenza dalla volontà e tutto il resto avviene in lui involontariamente e inconsapevolmente. Così ciò che entra nella coscienza non è che una piccola parte di quello che accade dentro e intorno alla persona. La consapevolezza della coscienza, è una consapevolezza inconsapevole, perché le vere motivazioni che fanno esplodere nella coscienza i meccanismi inconsci, sono ignoti: quindi, anche la coscienza, come l’inconscio, ha un che di assurdo e inconcepibile.</p>
<p>La coscienza è uno schermo su cui sono proiettate alcune immagini che non si sa da dove vengano e chi le abbia formate; non si sa dove andranno e non si sa perché muovano in questa o in quell’altra direzione.</p>
<p><strong>7. </strong>Se così fosse l’uomo sarebbe diviso in tre parti: la coscienza, l’inconscio e il corpo. Queste tre parti debbono essere lasciate divise? Un tempo si divideva l’anima dal corpo, ora si è aggiunto un terzo elemento: l’inconscio, staccato dal corpo, perché fa parte della psiche, e staccato dalla coscienza perché non è conscio. Ma il corpo con tutte le funzioni, pulsioni e tensioni, non è una macchina guidata da un macchinista o un burattino mosso da un burattinaio chiamato psiche. Il corpo è anche psiche, come la psiche è corpo. Perché la persona è una anche se le sue funzioni sono molte: tutte quelle che è abituato a credere di avere e poi tutte le altre che l’uomo non conosce, non percepisce o non vuole percepire. L’inconscio è una formazione autonoma, sussidiaria al corpo e alla psiche o è un modo di essere di quell’unità inscindibile che è la persona? Ciò che noi siamo, sentiamo e vogliamo e ciò che siamo stati e abbiamo sentito e abbiamo voluto è in noi, vive nei nostri visceri e nei nostri pensieri. Ciò che chiamiamo coscienza ben poco sa di tutto questo divenire di tensioni, di fantasie e di desideri; la memoria dell’inconscio si radica nella storia di ognuno. La storia di ognuno è inserita nella storia di tutti, perciò l’inconscio travalica l’individuo e si annida nella storia degli altri. I miei ricordi sono anche ricordi degli altri, comunicati chissà come, forse, anche, geneticamente. Certo, con uno sguardo, con una voce, con una canzone, con una predica dimenticata.</p>
<p>L’inconscio esiste, e lo viviamo continuamente, immemori, in una vigile smemoratezza. Perciò l’inconscio non è anche memoria: è la memoria, divenuta storia di ognuno e di tutti.</p>
<p>Io ho raccontato l’inconscio secondo me; perché così voglio che sia e forse anche è.</p>
<p><strong>8. </strong>La psicoanalisi è sorta come tecnica per lenire la sofferenza psichica. Lentamente e parallelamente alle indagini e agli interventi clinici, alcuni pensatori cercarono di fondare quelle tecniche psicoterapeutiche su basi filosofiche; questo è giusto e sacrosanto, non si può curare muovendosi a vanvera, con una tecnica autocentrica, che si autogiustifichi. È indispensabile avere un fine, e il fine è oltre la tecnica: senza un fine ci si muoverebbe a caso e anche la tecnica più accurata si trasformerebbe in empirico dilettantismo.<br />
In un punto tecnica terapeutica e universalizzazione filosofica coincidono: la salute si raggiunge attraverso la consapevolezza. I conflitti inconsci smascherati perdono la loro virulenza: il sintomo frutto di un malato adattamento su compromessi inconsci si affloscia quando questi compromessi vengono svelati: questo dice la tecnica.<br />
La verità conquistata, seppur dolorosamente, rende liberi dai condizionamenti più ottusi e vili, essere condizionati dalla verità, è liberatorio e salvifico: questo dice la filosofia.</p>
<p>L’uomo oltre la tecnica e la filosofia ha soltanto la sua piccola, breve vita: tutto il resto è mistero. L’inconscio richiama l’essere umano alla verità del mistero. Lo squallore di una meschina e meccanica presa di coscienza e la terribile ottusità di una verità oggettiva trovano il loro superamento nello splendore del mistero. L’inconscio rappresenta il mio e il nostro mistero. La presa di coscienza non lo distrugge ma lo arricchisce.</p>
<p>Il disorientamento patologico produce la nevrosi. L’esasperazione delle difese narcisiste e sadomasochiste produce la psicosi. Nevrosi e psicosi tormentano la breve vita dell’uomo. Il disorientamento è di tutti. Ma smarrirsi nel mistero è il senso della buona cura. Colui che cura e colui che è curato si debbono incontrare in questo gradevole smarrimento.<br />
La malattia è frutto della colpa, perché spesso la malattia è una colpa ed ancor più colpevole è l’adagiarsi nella malattia.<br />
Qual è la colpa che sta a fondamento della malattia? Questa colpa si manifesta attraverso la stupidità e la viltà. Guarire vuol dire diventare un po’ meno stupidi e vili. Ma allora la terapia consiste in un’ascesi morale? Non la terapia consiste in ciò, ma la salute. Cos’è allora la terapia? È una tecnica e un innamoramento. Ma l’amore non è descrivibile, affonda nel mistero:</p>
<blockquote><p>«e naufragar m’è dolce in questo mare».<br />
(G. Leopardi, Canti, L’Infinito).</p></blockquote>
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