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	<title>Sandro Gindro &#187; articoli</title>
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		<title>Psicanalisi contro n. 41 &#8211; L&#8217;occasione della bioetica</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 1999 07:39:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. </strong>In tutte le culture e le società di ogni tempo e luogo, gli esseri umani hanno agito e riflettuto sulle loro azioni. Questo vale per gli uomini di cultura: filosofi, scienziati e artisti, ma anche per categorie di persone cui non si chiede specificamente di operare una riflessione critica sul mondo. Ciascuno riflette sulla propria vita, sul senso dei suoi gesti e di quelli degli altri. Non è facile capire quale sia davvero il significato del comportamento di un individuo o di un gruppo sociale: mentre alcune motivazioni appaiono evidenti altre sono invece nascoste e difficilmente possono essere portate alla luce della coscienza.</p>
<p>Il filosofo francese E. Boutroux, nel suo scritto su La contingenza delle leggi di natura, del 1874, diceva che le leggi che governano le cose sono tanto più comprensibili e necessitanti quanto più si osserva da lontano e meno quando l&#8217;osservazione si fa più ravvicinata. Nel tentativo di meglio spiegare la realtà dell&#8217;uomo, la cultura occidentale, per osservarla più da vicino, la ha spaccata in due, separando la psiche dal soma, o come si diceva un tempo, l&#8217;anima dal corpo, operando su questa base un&#8217;ulteriore scissione tra due sfere: quella razionale e quella emozionale. Si è poi passati a supporre che la ragione capisca le emozioni, che nel loro fluire impetuoso non hanno possibilità di riflessione ulteriore. È toccato agli artisti e all&#8217;opera d&#8217;arte evidenziare i limiti di questa divisione e dare alle emozioni un valore positivo e costruttivo nel processo di civiltà, rischiando peraltro di cadere nell&#8217;opposta esaltazione di una spontaneità tutta emotiva ed estranea ad ogni rapporto con la ragione; primo fra tutti Wilderlin che dice che l&#8217;uomo è un mendicante quando pensa, ma un Dio quando sogna!</p>
<p>Le due posizioni estreme sono ugualmente ridicole: la ragione non prescinde dall&#8217;emozione e allo stesso modo non vi sono idee chiare e distinte che non abbiano colorito emotivo. È questa una dicotomia pericolosa che ha impedito a lungo di capire aspetti complessi della natura umana. Separare razionalità da emotività è inoltre un errore scientifico e filosofico: &#8220;La capacità di ragionare si è sviluppata probabilmente nel corso dell&#8217;evoluzione della specie (e si attiva in un determinato individuo) sotto l&#8217;egida di quei meccanismi di regolazione biologica che si traducono in particolare con la capacità di sentire ed esprimere emozioni. Inoltre anche dopo che la facoltà razionale ha raggiunto lo stadio della maturità, all&#8217;uscita dagli anni dello sviluppo, la sua attivazione efficace dipende probabilmente, in larga misura, dalla capacità di reagire sul piano emozionale. Non si tratta di negare che le emozioni possano perturbare i processi razionali in certe circostanze. Da tempi immemorabili si sa bene che lo possono e recenti ricerche hanno dimostrato come le emozioni possano influenzare in modo disastroso il ragionamento stesso. È dunque tanto più sorprendente &#8211; e qui sta la scoperta &#8211; che l&#8217;incapacità di esprimere e provare emozioni sia suscettibile di conseguenze così gravi, tanto da poter costituire un handicap per la messa in opera di comportamenti in sintonia coi nostri progetti personali, le convenzioni sociali e i principi morali. Non si tratta neppure di dire che, quando le emozioni intervengono in modo positivo, esse decidano per noi; né di dire che noi non siamo esseri razionali&#8221; (t d a) ( A.R. Damasio, Descartes Error, Grosset, Putnam Books, N.Y, 1994. L&#8217;erreur de Descartes, Odile Jacob, Paris, 1995, pag. 9).<br />
Forse si dovrebbe essere ancora più drastici affermando decisamente che a un&#8217;attenta osservazione neurologica e psicologica tutto appare soltanto emozione, in quanto la ragione sembra, allo stato attuale della conoscenza, piuttosto un&#8217;invenzione della neurologia e psicologia positiviste ormai superate. Che tutto sia emozione non significa che l&#8217;uomo sia preda dell&#8217;impulso e dell&#8217;inconsapevolezza, ma che senza l&#8217;emozione che lo colorisce non esiste possibilità di procedere nel ragionamento, di qualsiasi natura esso sia.</p>
<p><strong>2.</strong> Ciascun individuo ed ogni gruppo sociale sono strutturati anche dall&#8217;inconscio. La distinzione che la psicoanalisi freudiana ha operato soltanto tra coscienza ed inconscio, sia nella prima sia nella seconda topica, è però anche troppo meccanicistica: &#8221; La coscienza è irraggiungibile molto più dell&#8217;inconscio, eppure la psicoanalisi continua a basarsi sulla presa di coscienza. Certo che a questo punto mi trovo di fronte ad un&#8217;aporia: se l&#8217;inconscio è più raggiungibile della coscienza, questa diventa, allo stesso tempo, più e meno raggiungibile di quello. La questione è che la psicoanalisi sta usando la ricerca della consapevolezza non come metodo, ma come medicina (&#8230;) L&#8217;errore di partenza della psicoanalisi è stato quello di credere che la verità sia raggiungibile. Ha creduto di sapere cosa è bene e cosa è male, cosa è salute e cosa è malattia. In fondo ha ripetuto il gesto empio di Adamo ed Eva, che hanno voluto conoscere i frutti dell&#8217;albero del bene e del male. Da Freud in poi, gli psicoanalisti sono stati colpevoli di empietà ed oggi la psicoanalisi paga lo scotto di risultare ridicola, con la rigidezza dei suoi schemi metapsicologici, filosofici e nosografici, con la sua concezione di inconscio che si esprimerebbe come una forma di cattiva coscienza (Gindro, L&#8217;oro della psicoanalisi, Alfredo Guida, Napoli, 1993, pp. 71-72).</p>
<p>È importante che l&#8217;uomo ricerchi la consapevolezza ed anche l&#8217; autoconsapevolezza. Bisogna cercare di scoprire le motivazioni che stanno dietro ai comportamenti individuali e collettivi, anche sapendo che non si potrà venire a capo di tutte: &#8221; Tu non troverai i confini dell&#8217;anima, per quanto vada innanzi &#8230;&#8221; (Eraclito, fr. 45, Diels) L&#8217;inconscio individuale e sociale può essere in parte analizzato, ma resterà in parte ancora maggiore, oltre, nel mistero che costituisce l&#8217;uomo stesso.</p>
<p><strong>3.</strong> Già S. Freud nel Disagio della civiltà aveva sostenuto che : &#8220;L&#8217;esistenza di questa tendenza all&#8217;aggressione, che possiamo scoprire in noi stessi e giustamente supporre negli altri, è il fattore che turba i nostri rapporti col prossimo e obbliga la civiltà a un grande dispendio di energia. Per via di questa ostilità primaria degli uomini tra loro, la società civile è continuamente minacciata di distruzione&#8221;. (Freud, 1929, Opere, vol.10, Boringhieri, p 600).<br />
È lecito oggi anche contestare la fondatezza delle teorie filosofiche e scientifiche che prendono dall&#8217;etologia e dalle sue considerazioni sul comportamento di alcune specie animali lo spunto per sostenere che anche per l&#8217;essere umano la spinta all&#8217;azione stia principalmente nell&#8217;aggressività e nell&#8217;istinto di distruzione dell&#8217;altro.</p>
<p>Più recentemente il sociobiologo E. O. Wilson è giunto ad affermare che: &#8220;ciò che è un bene per l&#8217;individuo può essere distruttivo per la famiglia; che ciò che preserva la famiglia può danneggiare sia l&#8217;individuo sia la tribù a cui la sua famiglia appartiene; e così via, risalendo le permutazioni dei livelli di organizzazione&#8221; (Sociobiologia, 1972, Zanichelli, 1979, p. 4).<br />
L&#8217;osservazione più empirica ed anche quella sperimentale fa piuttosto pensare che la molla che muove tutti gli esseri viventi &#8211; e tra di essi l&#8217;uomo &#8211; sia il principio del piacere. Come già faceva notare la psicoanalisi freudiana, il sadismo ed il masochismo, ovvero il piacere provato nel far soffrire l&#8217;altro o nel ricevere sofferenza dall&#8217;altro sono una forma di perversione di questa pulsione originaria. Il piacere si fonda nel sentimento di amore per sé e per l&#8217;altro. Questo punto di inizio che potrebbe sembrare metafisico ha invece una sua valenza scientifica e logica. Parlare di un principio, quale che esso sia, può sembrare rischioso oppure inutile; ma è necessario avere un punto di partenza da cui avviare un movimento che abbia un verso ed una direzione.</p>
<p>Il piacere-amore è la molla della vita. Si tratta però di una pulsione e un sentimento che vengono immediatamente contraddetti e frustrati. Non si può però confondere la violenza che è la reazione a questa frustrazione con la pulsione fondamentale della vita dell&#8217;uomo. Il bisogno di sopraffazione è certamente presente negli esseri viventi &#8211; nei vegetali e negli animali &#8211; ed a maggior ragione nell&#8217;uomo; ma esso è proprio il contrario della vita, ne è il principio opposto. Il contrario della vita non è infatti la morte, ma è l&#8217;odio. Il sadomasochismo è proprio l&#8217;espressione della vendetta che nasce da esso, espressione della prima difesa, alla quale poi seguiranno le altre, a cominciare dal narcisismo.</p>
<p>La pulsione che spinge alla vita i due gameti nel ventre materno esprime la ricerca di amore e di piacere eppure non c&#8217;è traccia, né ontogenetica né filogenetica, della mitica età dell&#8217;oro in cui l&#8217;uomo sarebbe stato felice e in pace con gli altri; la violenza e la malattia accompagnano da sempre la sua vita. In questa fine di millennio ancora la violenza sembra esplosiva più che mai: guerre, genocidi, distruzioni affliggono un mondo che ha la presunzione di credersi avanzato e civile. Lo stesso uomo che ha acquisito per suoi meriti scientifici una padronanza eccezionale di controllo della conoscenza e della realtà, che vince molti mali e sofferenze, non riesce a lottare contro la propria capacità di distruzione e di odio. La società umana ancora non accetta il principio della tolleranza: un rispetto delle diversità &#8211; etniche o di qualunque altro tipo &#8211; che non va confuso con un vile qualunquismo relativistico, ma che deve essere di lotta comune per la costruzione. Il solo modo di arrivare a questa accettazione è l&#8217;impegno verso la conoscenza di se stessi.</p>
<p><strong> 4. </strong>Il marxismo e il positivismo che pure hanno dato molto al procedere della civiltà erano purtroppo carichi di illusioni. Il primo per la convinzione di aver afferrato con il materialismo storico la chiave universale di interpretazione del divenire del mondo; il secondo con la sua assoluta fiducia nell&#8217;inevitabilità positiva del progresso. Entrambe le scuole filosofiche non hanno saputo tenere conto dell&#8217;importanza del ruolo che l&#8217;inconscio individuale e sociale gioca nel destino del mondo degli uomini. La scoperta dell&#8217;inconscio è però un&#8217;impresa senza fine e le origini prime del comportamento umano restano oscure come le fonti del Nilo.</p>
<p>È estremamente importante che scienza e filosofia si rendano conto dell&#8217;estrema precarietà dei sistemi di conoscenza umana e che si eviti la presunzione del sapere; ma è anche utile che le conoscenze acquisite, nella loro fragilità, siano passate al vaglio di un&#8217;analisi che le trascenda e che metta in guardia contro i rischi che potrebbero comportare per l&#8217;umanità. Questo è oggi il compito della bioetica.<br />
La scienza in passato è stata più inibita e castrata che non stimolata: forze politiche e religiose, conformismi e pregiudizi hanno spesso tentato di paralizzare quegli scienziati che sembravano troppo arditi per l&#8217;audacia dei loro esperimenti o per la pericolosità delle loro idee. Nonostante tutto la scienza non si è fermata e neppure la riflessione sul suo operato. Oggi la bioetica dovrebbe offrire agli uomini l&#8217;occasione di prendere coscienza dei significati ampi e profondi che possono assumere i loro gesti, del potere che il progresso scientifico mette loro in mano: si tratta di far acquisire alle singole categorie professionali quella stessa consapevolezza verso la quale lo psicoanalista guida il suo paziente. Si tratta di isolare questo &#8220;sapere di sapere&#8221; fino a rendersi conto dei pericoli che il sapere stesso comporta; di costruire ed indicare quella che deve essere la confluenza di forze alla quale affidare il compito di controllare e dominare il potere che deriva all&#8217;uomo dalla scienza.<br />
Per meglio assolvere questo compito di tutelare tutti gli aspetti della dignità dell&#8217;uomo, è importante che la composizione di qualsiasi entità bioetica sia multidisciplinare.</p>
<p><strong>5. </strong>Nessuna scoperta scientifica e l&#8217;acquisizione di nessuna tecnologia possono arrogarsi il diritto di intervenire a scapito della dignità ed integrità dell&#8217;essere umano. Tra i primi interrogativi che a questo punto si pongono, il primo verte sulla natura di questa dignità umana. La quale non è certo quello che la presunzione individuale o il pregiudizio sociale stabiliscono, ma si esprime appieno come &#8220;dignità della vita umana&#8221;, sempre e prima di ogni altra considerazione. La stessa parola vita, che indica un concetto solo apparentemente semplice, viene usata da sofisti in mala fede per acrobazie semantiche e concettuali, nel tentativo di negare, di volta in volta, ad uno o ad un altro degli esseri umani la pienezza dei propri diritti, primo fra tutti quello di essere considerato appunto &#8220;essere umano&#8221;. Gli uomini sono prigionieri delle tautologie e delle contraddizioni, le quali caratterizzano anche il pensiero filosofico e scientifico.</p>
<p>La dignità della vita umana deve essere sempre salvaguardata e difesa anche contro la pigrizia mentale di chi vorrebbe rinunciarvi per la difficoltà di definirne il concetto. Tentare di fare chiarezza significa accettare la lotta, con i corollari che questa rischia di portare sempre con sé: violenza e sopraffazione. Chi ha il coraggio di impegnarsi come bioeticista non deve temere di sporcarsi le mani, ma allo stesso tempo deve impegnarsi a tenere il più pulite possibile non solo le proprie. Un rischio che il bioeticista corre è quello di soccombere al fascino di costruzioni mentali bizzarre e complesse, ma in ultima analisi aride per le loro velleità universalizzanti. Il tentativo di essere onnicomprensivi, di chiudere in una sentenza tutti i significati possibili, scade nel compiacimento per ciò che risulta costruito fine a se stesso, senza neppure la volontà di compromettersi prendendo una precisa posizione. Ogni affermazione anche di natura etica e morale nasconde motivazioni inconsce. L&#8217;elencazione stessa del manuale DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Desorders ) dell&#8217;associazione degli psichiatri americani &#8211; per fare un esempio -, i cui parametri vorrebbero essere di sostegno alla diagnosi, mentre rappresenta indubbiamente uno sforzo di fornire un utile strumento di appoggio che costituisca un&#8217;alternativa ai vaghi intuizionismi soggettivi degli psichiatri, tuttavia, non esprime, come vorrebbe, la posizione di un&#8217;entità scientifica neutrale: è evidente infatti che il pragmatismo di Peirce informa l&#8217;impostazione generale della prima enunciazione, che nel succedersi delle diverse edizioni si è andata modificando, sempre in relazione a concetti filosofici mutuati dal contesto sociale in cui venivano enunciati.<br />
Il bioeticista neutrale non esiste: ciascuno ha alle spalle la propria storia, la cultura, le proprie convinzioni, fantasie e desideri inconsci. La vecchia distinzione marxiana tra struttura e sovrastruttura, spogliata della sua obsoleta valenza politica, conserva efficacia metodologica: gli slanci del pensiero hanno le radici in strutture che li sorreggono.<br />
Anche la bioetica deve trovare il proprio cammino nel continuo reciproco scambio tra strutture e sovrastrutture.</p>
<p><strong> 6.</strong> Ogni principio bioetico deve affondare le sue radici in una pratica concreta per cui esso possa diventare paradigma, ma non astrazione. La bioetica deve indicare in campi specifici come operare e intervenire secondo alcuni principi piuttosto che altri; evitando però anche le suggestioni che potrebbero trasformare il bioeticista in un manipolatore di coscienze, magari distogliendolo dall&#8217;imperativo universale del rispetto dell&#8217;uomo e &#8211; a maggior ragione &#8211; del malato.</p>
<p>Il consenso informato e documentato è stato per anni un problema centrale: oggi, l&#8217;illusione che l&#8217;accettazione di questo principio significhi essersi davvero liberati dal paternalismo prepotente della vecchia medicina &#8211; sempre sicura di agire bene in scienza e coscienza &#8211; appare già un&#8217;illusione. Il consenso informato può ridursi infatti ad una acritica e passiva accettazione, espressa attraverso la firma di un documento precedentemente redatto, da parte di un soggetto non in grado di giudicare davvero i termini della questione che gli si sottopone; e questo soltanto ai fini di una protezione giuridica del medico contro i rischi penali ed economici che l&#8217;eventuale impugnazione giudiziaria contro gli esiti dell&#8217;intervento o della cura potrebbe comportare per lui.</p>
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		<title>Psicanalisi contro n. 40 &#8211; La nuova genitorialità e il futuro della famiglia</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 1999 07:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. La materia che compone la realtà esistente può essere classificata in diversi modi. Uno è quello che incomincia col separare la materia animata da quella inanimata o, come fa la chimica, fra elementi organici ed elementi inorganici. Su questa divisione non tutti sono d&#8217;accordo: come gli antichi filosofi Ilozoisti, anche alcuni modernissimi e avanzatissimi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. </strong>La materia che compone la realtà esistente può essere classificata in diversi modi. Uno è quello che incomincia col separare la materia animata da quella inanimata o, come fa la chimica, fra elementi organici ed elementi inorganici. Su questa divisione non tutti sono d&#8217;accordo: come gli antichi filosofi Ilozoisti, anche alcuni modernissimi e avanzatissimi chimici e biologi ritengono infatti che tutta la realtà sia vivente e che quindi la materia inanimata sia un&#8217;invenzione della scienza positivista dell&#8217;Ottocento.</p>
<p>La realtà organica o vivente può essere poi divisa in due grandi regni: il regno animale e il regno vegetale.</p>
<p>Nel regno animale si possono distinguere gli animali che generano esseri autosufficienti fin da subito, quali molte specie di pesci, gli anfibi e molte specie di uccelli, per cui la gestazione è più formale che reale, e animali che mettono al mondo figli che non potrebbero sopravvivere se qualcuno non si prendesse cura di loro. A questa categoria appartengono gli esseri umani. Il piccolo dell&#8217;uomo passa i primi nove mesi di vita nel ventre materno e non è autosufficiente al momento della nascita.<br />
Almeno per il momento — a parte casi da considerarsi ancora eccezionali di procreazione medicalmente assistita; ma che, come abbiamo visto in altra sede, saranno destinati a sconvolgere non solo la famiglia, ma i ruoli sessuali e sociali del maschio e della femmina umani — il bambino deve vivere alcuni mesi nel ventre materno ed essere assistito dopo la nascita; che il parto sia avvenuto a termine oppure no. Questo dato di fatto potrebbe rappresentare il primo motivo per cui si è formata la famiglia. Potremmo infatti considerare come prima struttura famigliare quella costituita dalla diade madre-bambino, o comunque dal bambino e da chi se ne prende cura (nel caso di Romolo e Remo, fu per esempio una lupa).<br />
Così che, nell&#8217;essere umano, è naturalmente connaturato il bisogno del rapporto con l&#8217;altro: tutti gli uomini, in qualunque tempo e in qualunque parte del mondo, hanno avuto finora questo bisogno di essere in relazione tra loro.</p>
<p>Di fatto è così avvenuto che quasi sempre due persone di sesso diverso si siano unite per allevare la prole da loro generata, dividendosi in vario modo gli oneri della cura e dando luogo ad una struttura funzionale al proseguimento della specie alla quale si è voluto dare il nome di famiglia.<br />
La famiglia, se pure in modi, strutture e organizzazioni diverse, è una realtà presente in tutte le culture. Anche se oggi la facilità delle comunicazioni, gli spostamenti sempre più rapidi e ad ampio raggio tendono all&#8217;omologazione, la struttura familiare assume forme diverse, secondo i contesti socio-culturali ed economici. Ci sono famiglie piccole, ridotte ai minimi termini, oppure famiglie allargate, con strutture molto diversificate e articolate. Non si è invece ancora in grado di dire quale tipo di struttura assumerà in futuro la famiglia, ammesso che essa sopravviva e anche ammesso che si possa dire che esista una struttura tipica della famiglia.</p>
<p>Non è certo facile, anzi forse è impossibile, definire che cosa sia una famiglia: tutti pensiamo di saperlo, ma, in realtà ci si riferisce sempre all&#8217;idea di famiglia dominante nella nostra struttura sociale. Anche nella nostra società, tuttavia, la famiglia è in evoluzione. La costituzione italiana del 1948 dice che &#8220;la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio&#8221;. Questa è un&#8217;affermazione che era già obsoleta e superata nel 1948: c&#8217;erano infatti anche allora, ad esempio, famiglie composte da persone che si ritenevano una famiglia e che non si basavano sul matrimonio; e poi: cosa vuol dire società naturale? Il termine naturale (o natura) è sempre un termine ambiguo. In realtà quella è una definizione utile soprattutto per costituire le basi del diritto famigliare, per ragioni che si comprendono, in quanto la famiglia ha bisogno di elementi che strutturino giuridicamente, sia il rapporto tra i coniugi sia quello con i figli. A partire dagli anni &#8216;70, il diritto di famiglia italiano si è evoluto per molti versi, anche se rimane ancora valido il concetto che la famiglia debba sorgere dall&#8217;unione di un maschio e una femmina, sancita con un contratto matrimoniale che si può stipulare in un tempio, di fronte ad un sacerdote, oppure davanti ad un rappresentante dell&#8217;autorità civile. Il matrimonio, nella cultura occidentale, e non solo in Italia. rimane comunque un elemento fondamentale per il riconoscimento di un effettivo istituto famigliare.</p>
<p><strong>2. </strong>Nel 1800, con l&#8217;impulso dell&#8217;evoluzionismo e del darwinismo, si ipotizzò un&#8217;origine della famiglia come derivato di una società precedente, basata (come diceva Morgan) sulla promiscuità sessuale. Maschi e femmine vivevano insieme, avendo rapporti sessuali non strutturati. Ciascuno poteva avere rapporti con tutti e con tutte e i figli erano allevati in comune.</p>
<p>Freud, richiamandosi alle teorie dell&#8217;evoluzionismo di Darwin e di Morgan, ha parlato di orda primitiva: tanti e tanti millenni orsono esisteva un&#8217;orda, cioè un gruppo di maschi e di femmine dominato dal maschio fallico più potente che teneva per sé tutte le femmine e impediva, o cercava di impedire, ai figli maschi di avere rapporti con queste donne. Ad un certo punto i figli maschi si ribellarono al padre e lo uccisero, lo smembrarono, lo divorarono e si divisero le femmine. Il padre ucciso e sbranato, però, da morto, si rivelò più potente che da vivo, perché fu molto forte il senso di colpa che i figli si sarebbero portati dietro e per il quale si strutturò la società civile con il tabù dell&#8217;incesto e il divieto dell&#8217;omicidio.</p>
<p>Questa è una mitologia psicoanalitica un po&#8217; rozza e un po&#8217; ingenua che, però, è servita a Freud per strutturare il suo concetto di famiglia, con le sue dinamiche relazionali interne alla triade padre-madre-figlio. Il figlio maschio sarebbe affettivamente ambivalente nei confronti del padre perché vorrebbe avere rapporti sessuali con la madre e, quindi, se da un lato lo ama, d&#8217;altro canto lo odia perché ne è geloso, tanto che vorrebbe anche sopprimerlo. A sua volta la figlia, per un meccanismo di successivi e ulteriori capovolgimenti, ha anch&#8217; essa fantasie ambivalenti e di ribellione, che sono però più rivolte verso la madre. Freud parla, certo, della famiglia piccolo borghese della Vienna del primo novecento; per questo motivo io preferisco parlare di complesso di Hans anziché di complesso di Edipo, dal nome di quel bambinetto che Freud curò psicoanaliticamente (ma solo attraverso i racconti del padre) nel quale indubbiamente si manifestava un complesso di Edipo molto classico, con sentimenti ambivalenti verso il padre e innamoramento e desiderio sessuale verso la madre.</p>
<p>Storicamente, il modello freudiano di famiglia del piccolo Hans non corrispondeva nemmeno a quello allora dominante in Europa, poiché la struttura della famiglia era, in realtà, quasi sempre molto più articolata. Freud, inoltre, era così affascinato dalla mitologia che, elaborando a suo modo il complesso di Edipo, tratto dal mito greco, non si era reso conto che quella mitologia non conosceva proprio i due divieti dell&#8217;incesto e della omosessualità, che per lui erano così fondamentali.<br />
In una lettura alternativa a quella freudiana, appare evidente che Edipo ha ucciso il padre Laio senza sapere quel che faceva e soprattutto ignorando il rapporto di sangue che lo legava a lui. Laio è in realtà punito da Era perché si era preso per amante un bellissimo giovinetto che aveva rapito alla dea. Il mito non sancisce alcun divieto dell&#8217;omosessualità, ma evidenzia come l&#8217;omosessualità fosse una delle tante forme di sessualità che destava gelosia. Nella stessa mitologia sono infinite le storie che dimostrano come Era, ad esempio, fosse furibonda per i tradimenti sessuali di Zeus con maschi e femmine di origine divina oppure umana. Neppure gli incesti erano moralmente condannati in sé. Leggendo la mitologia si trovano fratelli che fan l&#8217;amore con sorelle, padri con figlie e via dicendo.</p>
<p>Le nostre radici più antiche non hanno, quindi, contrariamente a quanto ha voluto credere Freud, i tabù dell&#8217;omosessualità e dell&#8217;incesto. Il bambino e la bambina, specialmente quando sono molto piccoli, non sentono assolutamente il tabù dell&#8217;incesto e desiderano avere rapporti sessuali con il padre e con la madre &#8211; i bambini sono adultorasti (per usare un termine demistificante e che fa un po&#8217; ridere) e chi ha figli o figlie lo sa benissimo. Certo, questo non toglie nulla alle responsabilità di pederasti e pedofili. Sta di fatto che ci sono genitori che debbono difendersi fisicamente dai figli o dalle figlie e questo lo si riscontra spesso in analisi: l&#8217;imbarazzo è tutto da parte del genitore, non del figlio o della figlia. Ciò vale anche per l&#8217;omosessualità: un bambino piccolo non ha turbe ad avere rapporti sessuali con persone del proprio sesso, nei confronti delle quali ha la stessa disinibizione che si ritrova nell&#8217;antica mitologia. Solo in seguito, l&#8217;educazione e i messaggi che il gruppo sociale manda strutturano questi divieti e i tabù sessuali.<br />
L&#8217;incesto, forse, è più rimosso rispetto all&#8217;omosessualità e sarebbe interessante capirne la ragione. Nella nostra cultura inoltre la pulsione omosessuale è più a fior di pelle nel maschio che non nella femmina; ma soltanto per ragioni culturali; questo non significa che la femmina non abbia le pulsioni omosessuali.</p>
<p><strong>3.</strong> Nel 1949, G.P. Murdock usò un termine che ebbe molta fortuna: famiglia nucleare, per parlare di un gruppo composto da padre, madre e figli, tanto che ormai adesso quando si dice famiglia nucleare s&#8217;intende una coppia di genitori con eventuali figli, la quale costituisce il modello familiare dell&#8217;occidente. Talvolta è contemplata l&#8217;aggiunta di qualche altro componente (nonni o parenti molto stretti), ma in genere la struttura è questa, anche se nelle famiglie contadine (esistenti ancora oggi) e, fino a poco tempo fa, nelle famiglie aristocratiche erano presenti strutture più allargate.<br />
La famiglia nucleare si è costituita in questo modo anche per ragioni economiche, condizionata fra l&#8217;altro dalla struttura abitativa tipica delle nostre città, e che adesso si sta diffondendo anche nelle campagne: l&#8217; appartamento.<br />
Forse è vero anche il contrario: la famiglia nucleare impone agli architetti di costruire le case in un determinato modo; oltre l&#8217; ingresso, che sostituisce l&#8217;antico cortile, si affacciano le camere necessarie alle funzioni del piccolo gruppo che vi abita: anzi tutto la cucina e le camere da letto dei genitori e dei figli, eventualmente ci possono essere camere aggiuntive per funzioni accessorie, come la sala da pranzo, lo studio, il soggiorno etc., secondo la posizione sociale della famiglia stessa. Comunque, quella nucleare non è la sola struttura famigliare oggi esistente. Sopravvivono ancora in oriente famiglie che prevedono l&#8217;unione di molte mogli con un solo uomo, sull&#8217;antico modello dell&#8217;harem; a cui si contrappone la famiglia poliandrica, se pure meno diffusa, in cui c&#8217;è una donna che ha molti mariti, e via dicendo.<br />
Ci sono stati e tuttora sopravvivono molti altri modelli familiari, che — per quanto stravaganti possano sembrare — tuttavia non sono da considerare meno &#8220;naturali&#8221;, anche perché hanno origini che si perdono nella notte dei tempi I Batak di Sumatra impongono l&#8217;omosessualità ai giovani maschi come esercizio propedeutico alla vita sessuale matrimoniale che — per contro — è rigidamente monogamica. Presso gli Anim della Nuova Guinea sussiste ancora un regime di separatismo, per cui in ogni villaggio esiste una casa dei maschi e una delle femmine. Gli uni e le altre, anche dopo il matrimonio, continuano ad abitare in case diverse: inoltre è provato che nella casa dei maschi si intrattengono rapporti omosessuali. Meno conosciute sono le pratiche sessuali femminili, per la maggior riservatezza delle donne che, generalmente, si sottraggono alla curiosità degli antropologi.</p>
<p>Ci sono poi strutture familiari in cui sono addirittura imposti rapporti prematrimoniali, come in molte società del Sud America; altre in cui la fedeltà della sposa è un principio che viene contraddetto in alcune situazioni rituali in cui sono imposti alla moglie rapporti sessuali con un uomo che non è il marito.<br />
Certo è che se la famiglia nucleare è messa in crisi da una serie di cause che ora vedremo, queste strutture, a loro volta, sono in crisi per la diffusione del cristianesimo (non solo del cattolicesimo) e dei media — specialmente della televisione — che adesso raggiungono quasi tutto il mondo.</p>
<p>Inoltre l&#8217;Occidente non soltanto esporta il suo tipo di famiglia, ma anche il suo modo di vivere e di lavorare e la famiglia nucleare è ovviamente più funzionale al processo produttivo ormai globalmente industrializzato. Tuttavia per quanto si cerchi di imporlo universalmente, come abbiamo detto, lo stesso modello della famiglia nucleare è in crisi, tanto che viene da domandarsi se non sia tanto questa o quella specifica forma di famiglia ad essere in crisi, quanto sia invece in atto una crisi generalizzata di quella figura sociale chiamata famiglia. Oggi sembrerebbe che la tendenza sia di intendere per famiglia ogni gruppo ristretto di persone dalla coppia in su, che manifesti il desiderio di vivere insieme. Potremmo quindi dire che oggi la famiglia è la voglia di stare insieme di qualcuno che avendo rapporti sessuali con individui del proprio o altrui sesso, può desiderare, ma non necessariamente, di avere figli di cui prendersi cura. La cosa non è poi così nuova: abbiamo avuto già negli anni &#8216;70 le esperienze delle Comuni in cui c&#8217;era la promiscuità sessuale e i bambini erano educati dal gruppo. I kibbuzim in Israele sono forme di famiglia allargata in cui ci sono il padre e la madre, ma poi tutti si prendono cura di tutti i bambini.<br />
Tutte queste forme collettive di famiglia sono andate in crisi, anche se ne sopravvive qualcuna in qualche parte del mondo.</p>
<p>Non è andata in crisi, però, l&#8217;esigenza del rapporto familiare, della struttura familiare, che è presente anche in una coppia omosessuale o in un ménage di tre o più persone.<br />
Non è detto infatti che il rapporto familiare debba necessariamente essere ristretto a due persone e agli eventuali figli.<br />
Si è partiti da una famiglia nucleare composta da un maschio e una femmina, ed ora sembra che non ci sia intenzione di fermarsi più e lo stesso discorso vale per il diritto di procreare o adottare figli.</p>
<p><strong>4.</strong> La famiglia nucleare occidentale moderna ha tentato in tempi relativamente recenti di aprire la propria struttura — che la cultura del cristianesimo aveva rigidamente chiuso — istituendo la pratica del divorzio.<br />
L&#8217;istituto del divorzio e la possibilità conseguente per gli ex-coniugi di contrarre altri matrimoni ha portato a nuove forme di famiglia estesa; anzi, si tratta di famiglie in rapida trasformazione che ristrutturano continuamente la loro gestalt e che richiedono ai loro membri un continuo corrispondente riassestamento del campo affettivo ed organizzativo: nuovi figli e nuovi genitori, nuovi fratelli, altri nonni, con la pletora delle relazioni parafamigliari che tutto questo comporta, insieme al non sempre felice intervento della legge che impone domicili, decide affidamenti, proibisce rapporti diretti e così via.<br />
Dal punto di vista psicodinamico risulta così stravolto anche quel complesso di Hans che la psicoanalisi moderna aveva teorizzato per adeguare alla famiglia borghese l&#8217;arcaico complesso di Edipo, con il fiorire di inedite patologie psichiche, soprattutto infantili. Antonio era un bambino di quattro anni che aveva assistito dapprima alle liti e poi alla separazione dei genitori, i quali subito si erano formati un&#8217;altra famiglia: la madre aveva sposato un altro uomo e il padre un&#8217;altra donna. Il bambino, dopo un iniziale disorientamento, si era quasi abituato ad avere i suoi giocattolini in parte nella sua camera nella casa della mamma e in parte in un&#8217;altra camera nella casa del padre; seguendo le regole che si erano dati i suoi genitori, un po&#8217; andava dal padre, un po&#8217; dalla madre e si era infine abituato a questa vita, non certo simpatica e che qualunque pedagogista sa quanto sia terribile, quanto male faccia ai bambini che sono trattati come pacchi dai genitori: un po&#8217; lo tengo io, un po&#8217; lo tieni tu. Ad un certo punto accadde che questo bambino si affezionasse intensamente alla moglie del padre, manifestando disinteresse nei confronti della madre biologica, che, ovviamente, si infuriò e cercò di riconquistare l&#8217;affetto del figlio. La nuova moglie del padre si era affettivamente legata a sua volta a questo bambino, che le si era buttato proprio addosso. A complicare ulteriormente la situazione subentrarono poi anche i nonni- quelli naturali che avrebbero voluto riprendersi il nipotino e i genitori della nuova moglie, per i quali il bambino manifestava una evidente predilezione. La lotta si scatenò, le contese e le continue scenate reciproche furono terribili. Antonio cominciò progressivamente a regredire a una fase di incontinenza notturna e disturbi del linguaggio: riprese infatti a parlare esattamente come quando aveva due anni. Quel che riusciva a dire attraverso i disegni e pochissime parole allo psicologo che lo aveva preso in cura era in sintesi questo: &#8220;Io non so più dove voglio stare. Io non capisco più.&#8221;</p>
<p>Il secondo caso, anch&#8217;esso di una certa gravità, è quello di un&#8217;altra bimbetta un po&#8217; più grandicella, che chiameremo Chiara. I genitori si erano separati, il padre era rimasto temporaneamente solo, mentre la madre si era fatta subito un&#8217;altra famiglia. La bambina aveva sempre fatto credere di rifiutare il padre, per il suo carattere violento, però in realtà subiva il fascino di quella violenza ed era attaccatissima a lui e soffriva moltissimo per il suo evidente disinteresse per lei.<br />
Il padre, in effetti, dopo la separazione non si era interessato quasi più della bambina la quale nella nuova famiglia aveva sviluppato un odio furibondo verso il nuovo marito della madre. Aveva però scelto come oggetto d&#8217;amore il padre di quell&#8217;uomo, il nuovo nonno, tanto che aveva voluto andare a vivere in casa sua e della nuova nonna, rifiutando così entrambe le famiglie dei genitori naturali. Nello sforzo di adattamento alla nuova situazione era entrata però in conflitto con tutti: prima erano stati capricci tremendi, poi era sopraggiunta la perdita dell&#8217;appetito fino all&#8217;anoressia, finché erano subentrate allucinazioni e crisi di angoscia tipiche di una vera e propria schizofrenia.<br />
Alla psicologa ripete in continuazione una sola frase: &#8220;Io non voglio&#8221;. Che cosa non vuole non lo dice, perché non parla quasi più.<br />
Il disastro provocato in casi come questi dal divorzio è stato indubbiamente grande e forse irreparabile e impone una riflessione.<br />
Se è vero che due persone sono libere di fare quello che vogliono, di unirsi e separarsi come e quando credono, è però altrettanto vero che perdono questa libertà assoluta quando hanno uno o più figli: nella vita tutto può succedere: può morire uno dei genitori, può essere inevitabile una separazione, però deve essere chiaro che i genitori sono responsabili verso i loro figli finché questi saranno autosufficienti anche psichicamente. Questo è il problema: il divorzio, che in sé è stato concepito come una soluzione a situazioni di disagio, diventa un male se non è affrontato con senso di responsabilità. Questo principio non lo può impone la legge, ma deve essere una questione di coscienza di entrambi i componenti della coppia i quali non dovrebbero volersi o potersi separare, per una scelta soltanto loro personale, finché i figli non siano anche psicologicamente adulti.</p>
<p>Oggi il divorzio è diventato una comoda scorciatoia verso la soluzione di intolleranze personali e molto di rado si trovano persone veramente consapevoli della necessità di rimanere unite, a qualunque costo, almeno finché il figlio o i figli avranno raggiunto una loro maturità, un equilibrio sufficiente e una propria autonomia.</p>
<p>L&#8217;impossibilità di riuscire a definire, una volta per tutte, il concetto di famiglia, non deve distrarci però dal compito di impegnarci per la felicità di tutti i suoi componenti e questo non può essere imposto dalla legge, ma deve nascere dal senso di responsabilità, unito al rispetto per la vita e la dignità della persona, in particolare rispettando chi è nato senza averlo chiesto ed è il più debole.</p>
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		<title>Psicanalisi contro n. 39 &#8211; Lo svizzero</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 1999 07:13:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. </strong>La scienza non è avulsa dalla morale e dall&#8217;impegno sociale e politico e la sua neutralità è un&#8217;illusione. Però, allo stesso tempo, non si può pensare di vivere in un mondo fatto soltanto di ideologie e quindi bisogna anche tenere conto di ciò che la scienza e la tecnica stanno facendo e scoprendo. Così, anche nei confronti dei numerosi e dibattuti problemi legati alla procreatica, i cui sviluppi sono tanto rapidi che non possiamo immaginare attualmente a quali obiettivi si perverrà, si pone il problema della scelta tra il diritto della ricerca, la libertà d&#8217;accesso ai suoi risultati e il dovere etico. Come diceva già, molto tempo fa, il biogenetista Jacques Testart padre della prima bambina francese concepita in provetta e nata il 24 febbraio 1982: oggi la scienza è arrivata ad un punto tale che è tecnicamente in grado di realizzare qualunque fantasia umana sul concepimento e la procreazione. Il solo problema sta nella liceità o meno di applicare<br />
indiscriminatamente queste conoscenze (cfr. L&#8217;oeuf transparent, Fammarions, Paris, 1986).</p>
<p>La fecondazione artificiale, o &#8220;procreazione medicalmente assistita&#8221; che dir si voglia &#8211; c&#8217;è, di fatto, già qui un problema di tipo terminologico, in quanto al primo termine è data una connotazione negativa, mentre al secondo una positiva &#8211; è quella fecondazione che non avviene, in maniera &#8220;naturale&#8221; , usando tutte le virgolette del caso. Sembra che la prima fecondazione assistita, realizzata usando lo sperma estratto dalle gonadi di un maschio e inserito successivamente nel corpo di una donna in modo da renderla incinta, sia avvenuta nel 1700, in Inghilterra, dove fu così fecondata la moglie di un tappezziere che era affetto da una grave forma di ipospadia, aveva cioè il pene troppo piccolo per cui non poteva accoppiarsi. Successivamente, nel diciannovesimo secolo, quando si affrontarono con speciale enfasi tutte le questioni poste dalla scienza, anche la ricerca sulla fecondazione assistita ricevette un notevole impulso e divenne oggetto di dibattito. Nel 1897, stimolati dalle novità registrate in Francia su tale materia, i teologi, monsignori e cardinali del Sant&#8217;Uffizio, presero posizione e affermarono che la fecondazione artificiale non poteva essere permessa in alcun caso. Anche Pio XII, in seguito, si pronunciò in modo decisamente negativo sui primi studi sperimentali dei biogenetisti del suo tempo, pur ammettendo che la scienza potesse offrire qualche piccola possibilità di aiuto nei casi in cui ai coniugi la fecondazione naturale risultasse problematica per cause patologiche. Di fatto, ancora oggi, la posizione della Chiesa, di ferma condanna, non è sostanzialmente mutata.</p>
<p><strong>2.</strong> La possibilità della fecondazione in vitro, annunciata a partire dagli anni quaranta di questo secolo, destò grande scandalo e dibattiti. Famoso fu il caso di un ricercatore italiano, Daniele Petrucci, che, nel 1961, a Bologna, comunicò di aver unito in vitro due gameti, uno maschile e uno femminile, e di aver fatto vivere l&#8217;essere umano così concepito per ventinove giorni, e di aver poi, per ragioni &#8220;morali&#8221; sospeso l&#8217;esperimento, uccidendolo.</p>
<p>In ogni modo, il dibattito e le ricerche sulla fecondazione artificiale e in vitro vanno avanti. Gli studi di Robert Ewards, fisiologo inglese, e del medico Patrick Steptoe vanno tanto in là che il 26 luglio 1978 i due possono annunciare la nascita in Inghilterra di Louise Brown, il primo essere umano concepito in vitro, cioè totalmente all&#8217; esterno del corpo della donna. Successivamente, le tecniche divengono sempre più sofisticate, complesse e ardite, sia attraverso il prelevamento degli spermatozoi, sia con quello più complesso degli ovociti. Mentre è piuttosto semplice prelevare lo sperma del maschio, l&#8217;uovo della donna deve essere estratto con una tecnica chirurgica complessa, ma che oggi è praticata comunemente. Proprio appoggiandosi su questa possibilità di estrarre l&#8217;uovo dal corpo della donna, si è giunti a teorizzare e forse anche a realizzare la donazione umana. A questo proposito, va detto che gli scienziati non sono del tutto d&#8217;accordo sul fatto che la donazione di animali sia realmente avvenuta e non si tratti di una truffa; malgrado la pubblicità data nel 1997 al caso della pecora Dolly. Lasciamo comunque da parte questo argomento perché altrimenti ci porterebbe troppo lontano.</p>
<p><strong>3.</strong> Il problema etico della fecondazione artificiale &#8211; o procreazione assistita che dir si voglia &#8211; si è posto per una serie di ragioni.<br />
Nel mondo occidentale, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, si è registrata negli ultimi anni una diminuzione intensa delle nascite, sia perché si è liberalizzato e diffuso l&#8217;aborto in moltissimi paesi dell&#8217;occidente, sia perché le donne impegnate nel mondo del lavoro pongono la maternità in secondo piano rispetto ad altri obiettivi, sia perché ragioni economiche suggeriscono di limitare il numero dei bambini da crescere al fine di poter prestare loro maggiore assistenza, non soltanto medica, ma anche psicologica e sociale. Purtroppo, questa maggior protezione del bambino è posta in atto soltanto dopo la cosiddetta nascita, mentre durante i nove mesi di gestazione non è rispettato né protetto dalle leggi abortiste di troppi paesi.</p>
<p>Un&#8217;altra importante ragione che è alla base dell&#8217;incremento degli interventi di fecondazione artificiale è l&#8217; aumentata sterilità delle coppie, dato questo che sta crescendo vorticosamente. C&#8217;è chi dice che ciò dipenda dal tipo di vita sociale e produttiva imposto dalla nostra civiltà, altri pensano che possa dipendere dall&#8217;alimentazione. Probabilmente la ragione più importante è da ricercare negli stress cui uomini e donne sono oggi sottoposti: si è scoperto che i fenomeni stressanti rendono la produzione degli spermatozoi molto meno vivace e oltretutto quantitativamente molto inferiore (pare che sia ridotta di tre quarti la presenza di spermatozoi nel liquido seminale del maschio); è ovvio, quindi, che la possibilità della donna di rimanere fecondata attraverso il rapporto sessuale venga ridotta notevolmente.</p>
<p>I tipi di fecondazione artificiale si distinguono in due grandi categorie principali: &#8220;in vivo&#8221; o &#8220;in vitro&#8221;. La fecondazione in vivo&#8221; avviene dentro il corpo della donna; invece, la fecondazione &#8220;in vitro&#8221; e il conseguente concepimento avvengono in provetta, cioè del tutto al di fuori del corpo della donna. Ogni fecondazione artificiale può inoltre essere omologa o eterologa. Si dice omologa quando viene operata l&#8217;unione di gameti forniti entrambi dai componenti della coppia che vuole concepire il figlio; si dice invece eterologa se uno o entrambi i gameti appartengono a donatori esterni alla coppia (qui si aprirebbe un capitolo sulle legislazioni che permettono o no la fecondazione di donne non sposate o con l&#8217;impiego di donatori di gameti).</p>
<p>Indubbiamente, la fecondazione eterologa pone il maggior numero di problemi dal punto di vista psichico, morale e giuridico, si tratti di un donatore conosciuto oppure sconosciuto. A questo proposito, c&#8217;è chi afferma che è bene che questo seme venga da un parente di chi non è fecondo, piuttosto che da uno sconosciuto. Collegato a quello dei genitori, si apre poi il problema del bambino, che può essere formulato in questo modo: esiste in questi casi un diritto del figlio di sapere chi siano i suoi genitori?<br />
Senza dubbio il seme di una persona sconosciuta che partecipa al processo di fecondazione può comportare disagi anche gravi, che bisognerebbe sapere affrontare adeguatamente. Purtroppo, oggi, gli attuali psicologi, psichiatri o psicoanalisti non sembrano in grado di affrontare questioni di questo genere con sufficiente chiarezza di idee, anche perché si tratta di problematiche assolutamente nuove.</p>
<p><strong>4. </strong>C’è un caso clinico che voglio raccontare perché è abbastanza emblematico.<br />
Qualche tempo fa, una donna ebbe un&#8217;esplosione psicotica gravissima, tra il quinto e il sesto mese di gestazione. Questa donna si era sottoposta, in Svizzera, ad un intervento di fecondazione artificiale, perché il marito soffriva di una assoluta aspermia, cioè nel suo liquido seminale non era presente neanche uno spermatozoo. La situazione, in un primo momento, sembrava non aver destato particolari problemi, pur se ovviamente era caratterizzata da molte preoccupazioni e angosce, credo inevitabili poiché, di fatto, queste decisioni non vengono prese con leggerezza; perché si accompagna ad esse il problema morale degli aborti rappresentati dagli embrioni che non si possono utilizzare, i quali o sono gettati o vengono congelati. Verso il quinto mese di gestazione, periodo in cui in cui generalmente si percepiscono direttamente i movimenti del bambino (che tuttavia si può vedere in movimento già molto prima, attraverso l&#8217;ecografia), la gestante era rimasta turbata a causa della loro particolare violenza. Le madri dicono di solito che il bambino nel ventre materno &#8220;scalcia&#8221;: in realtà gioca, si rotola e si muove, anche se è vero che talvolta può dare qualche calcetto. Comunque, i movimenti di quel bambino erano particolarmente vivaci; certo troppo per la situazione psichica di malessere di quella signora che stava già covando anche da prima della fecondazione artificiale. Di fatto, il marito accompagnò da me una donna ormai completamente folle, in una crisi di frammentazione schizofrenica e sintomi allucinatori gravissimi.</p>
<p>Nel ricostruire la vicenda, affiorò che la signora, subito, aveva percepito quei movimenti interni come profondamente aggressivi, cosa che le aveva procurato moltissima ansia, che però riusciva ad elaborare e a razionalizzare mantenendo il contatto con la realtà (era il bambino che l&#8217;aggrediva); in un secondo tempo, però, iniziò una fase delirante e pensando che il bambino fosse figlio di uno svizzero — in effetti, si dice che in Svizzera si usi per la donazione lo sperma dei soldati di leva, giovanotti sani e anonimi — si era dimenticata di avere il bambino dentro e lo aveva per così dire proiettato fuori di sé; così aveva incominciato a dire di essere perseguitata da un soldato svizzero, di cui vedeva continuamente gli occhi che la seguivano ovunque. All&#8217;inizio, come avviene in molte psicosi, i sintomi si erano manifestati prevalentemente di notte, tanto che trascorreva notti insonni in cui vedeva passare uno svizzero biondo che la guardava con occhi terribili. Allora accendeva la luce e svegliava il marito e non pensava più al bambino che aveva dentro di sé e che era divenuto il suo persecutore esterno. Una notte, in pigiama e pantofole, la donna si era messa a scappare per la città, dicendo di essere inseguita dallo &#8220;svizzero&#8221;. Fu raccolta e riportata a casa, dove le furono dati dei sedativi, quindi il medico di famiglia l&#8217;aveva inviata da me. È chiaro come la fecondazione eterologa avesse procurato in quella donna in situazione psichica già precaria, una vera e propria psicosi.</p>
<p>Nel lavoro analitico, si cominciò, al momento opportuno, a parlare della sua andata in Svizzera, dell&#8217;intervento, di come a quell&#8217;intervento fosse collegata la fantasia sul soldato svizzero; e poi fu come se quello svizzero fosse rientrato nel suo ventre e lei poté tornare a percepire il suo bambino: certo con un po&#8217; di ambivalenza e con molta angoscia, che però non le impedirono di arrivare al parto, clinicamente guarita dalla psicosi. Un altro caso, purtroppo non risolto, anche se molto interessante, fu quello di un giovane uomo che venne da me profondamente sconvolto per quanto gli era successo. Aveva accettato che la sua compagna ricorresse alla fecondazione eterologa, questa volta in Italia. Anche qui tutto era sembrato andare bene per un po&#8217; di tempo: sia lui sia lei avevano avuto l&#8217;opportunità di fare la diretta conoscenza del bambino, un maschio, attraverso l&#8217;ecografia, ma ad un certo punto, quasi contemporaneamente, era esplosa in entrambi una tremenda forma di rifiuto verso il bambino, nonostante avessero penato tanto e speso anche molti soldi per riuscire a fare quella fecondazione artificiale. L&#8217;intervento era stato causa dell&#8217;insorgenza di due forme nevrotiche gravi, pur senza perdita del senso della realtà come nel caso precedente. Il marito arrivò da me terrorizzato, quasi in crisi di panico, dicendomi: &#8220;Mia moglie vuole abortire, non vuole più il bambino, lo odia&#8221;. Egli stesso era preda di pensieri e di fantasie terribili che non riusciva a controllare: gli accadeva in sogno, in modo improvviso, di ripetere ossessivamente la frase: &#8220;Io sodomizzerò questo bambino, perché non è mio figlio&#8221;. Lui non voleva questa frase, come non voleva sognare di sodomizzare un bambino che sentiva come suo figlio; per questo anche lui era arrivato a dire che forse sarebbe stato meglio che la moglie avesse abortito.</p>
<p>La moglie non l&#8217;ho mai vista, perché non è mai voluta venire da me, so soltanto che aveva manifestato un gran rifiuto nei confronti di questo bambino e voleva abortire. Con questo giovane uomo invece la risoluzione fu abbastanza rapida, quasi grazie a un gesto suggestivo da parte mia, più che di vera e propria terapia psicoanalitica. Una volta, anziché portarmi il solito sogno in cui aggrediva sessualmente i bambini, terrorizzandosi, mi disse di aver sognato di essere in un giardino, dove c&#8217;erano tanti bellissimi fiori non piantati da lui (simbolo abbastanza evidente) e, preso da un gran furore si era messo a reciderli (anche a lui era venuta immediata l&#8217;associazione con il desiderio di far abortire la moglie); giunto di fronte però ad un ultimo bellissimo fiore, gli si era avvicinato il presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini &#8211; che lui aveva conosciuto da ragazzo in uno degli incontri che il presidente faceva settimanalmente con gli alunni delle varie scuole e di cui aveva un ricordo tenerissimo e dolcissimo (pare che Sandro Pertini fosse molto bravo a rapportarsi con i bambini e con i ragazzi) &#8211; il quale gli aveva fermato la mano dicendogli: &#8220;Vedi che bel fiore! Accarezzalo&#8221;. Anch&#8217;io mi chiamo Sandro e ho la carica di presidente di alcune associazioni, quindi non fu così complicato capire che nel sogno ero da lui identificato con Sandro Pertini.</p>
<p>Non dovetti nemmeno spiegargli il significato di quel sogno, perché lo capì da sé e, di fatto, da quel giorno, non ebbe più quei terribili pensieri e si sentì sollevato. A mia volta allora gli dissi: &#8220;Perché lo vuoi uccidere? Tienilo&#8221;. Lo rividi a distanza di un mese e mi disse che da parte sua era molto contento perché aveva accettato la fecondazione della moglie, mentre la moglie non ci era riuscita e voleva ancora abortire. Ora purtroppo di quelle persone non so più niente.</p>
<p><strong>5.</strong> Come si può capire da questi esempi, ci sono grossi problemi legati alle fecondazioni assistite eterologhe. Certo questi sono due casi clamorosi, però bisognerebbe prestare molta attenzione anche alle problematiche psichiche di chi decide di fare ricorso a tali pratiche, perché, purtroppo, se da una lato la nostra civiltà occidentale è diventata molto permissiva verso l&#8217;omicidio del bambino nel ventre materno attraverso l&#8217;aborto, dall&#8217;altra invece, siccome è aumentata la sterilità, ha prodotto una nuova forma di perversione che si sta diffondendo, cioè quella di volere il figlio a tutti i costi, sia con la fecondazione artificiale che utilizza i gameti dei due genitori, sia addirittura ricorrendo anche alla donazione di uno o due estranei. Questa, secondo me, è una perversione vera e propria. non si ha diritto di volere un figlio a tutti i costi. Quando il figlio c&#8217;è, quando il concepimento è avvenuto, la sua vita deve essere difesa come la vita di tutti, dei bambini, degli adulti, degli uomini, delle donne, dei bianchi e dei neri; ma volere il figlio ad ogni costo sta diventando una perversione in una società sempre più spaccata in due, dove da un lato si ammazzano e si buttano i feti nella spazzatura e dall&#8217;altro si giunge a quest&#8217; altra aberrazione di volere un figlio proprio ad ogni costo.</p>
<p>Non credo che si abbia questo diritto, sia da un punto di vista morale, sia psicologico, perché un figlio deve essere voluto per se stesso e non per soddisfare un desiderio frustrato di una coppia o di un single. Guai a quelli che concepiscono il figlio per rinsaldare la coppia che si sta sfasciando, oppure che fanno i figli per superare la paura della morte. Guai infine a chi vuole fare un figlio perché vuole provare ossessivamente la propria fertilità. Queste sono perversioni, sono malattie che la psicoanalisi, la psicoterapia, dovrebbero curare. Chi ha un desiderio spasmodico di avere un figlio per ragioni diverse da quella di generare e rendere felice un essere umano, non ha il diritto morale di farlo, perché ogni altra motivazione è immorale e avrà un effetto dannoso per la psiche di quel bambino. Certo, insieme al desiderio di generare, possono concorrere anche ragioni aggiuntive, come il desiderio di avere una discendenza, persino di rinsaldare un rapporto; però se il motivo principale è quello di fare il figlio per soddisfare un proprio bisogno allora prevale una connotazione patologica che va, invece, curata, perché rivela l&#8217;aberrazione di un desiderio distorto di possesso.</p>
<p>Sia chi abortisce o pensa di abortire volontariamente, sia chi vuole a tutti i costi un figlio, dovrebbe affrontare una psicoterapia, perché, in entrambi i casi, si nega ogni rispetto alla vita e alla persona.<br />
Certa pervicacia, e certa tenacia mostruosa hanno poi il risvolto ignobile di fare arricchire persone che, solo per lucro, sono disposte a compiacere illusioni di ogni tipo e talvolta anche a realizzare progetti di maternità e di paternità già compromessi da palesi patologie fisiche e psichiche.</p>
<p><strong>6.</strong> La mia presa di posizione, ancora una volta, non si basa su una convinzione religiosa, ma semplicemente sul mio schieramento in favore della civiltà e della qualità della vita, a cui io tengo molto. Aver voluto troppo il figlio procura gravi conseguenze nel bambino, proprio come l&#8217;averlo voluto troppo poco, come l&#8217;averlo pensato troppo o troppo poco: è sempre il troppo che tradisce quanto c&#8217;è di malato nella relazione col figlio.</p>
<p>Il bambino, fin dal concepimento — e sempre di più la scienza lo dimostra — impara, ascolta ed anche percepisce le emozioni di chi è in relazione con lui, del mondo che gli sta intorno: se è lasciato solo si sente solo, se non è voluto, si sente non voluto. Qualche tempo fa, una psicoterapeuta mi parlò di un bambino che, per sentirsi vivo, dava delle grosse testate sul muro, tanto da lasciarvi grandi macchie di sangue; questo bambino sembrava sempre che guardasse da un&#8217;altra parte; se gli chiedevi di fare una cosa non la faceva, non ascoltava; aveva i suoi giocattoli (alberelli, casette, cavallucci, costruzioni, pongo, e così via) e giocava con questi cantando molto spesso una canzoncina. Diceva qualche frase, sovente diceva no e qualche volta diceva sì; se doveva andare al bagno indicava il posto, ma non chiedeva nulla. Un giorno, la terapeuta gli chiese di raccontarle come stava quando era nella pancia della mamma: il bambino assolutamente non reagì. Dopo un mese, mentre la terapeuta si era completamente dimenticata di quella sua richiesta, il bambino prese un pinocchietto e lo mise in una bacinella piena di acqua; ci mise anche un ippopotamo; fece muovere e correre il pinocchietto dentro l&#8217;acqua, poi ad un certo punto cominciò a piangere con grosse lacrime che gli scorrevano lungo il viso, mentre guardava il pinocchietto che tremava nell&#8217;acqua. La psicoanalista gli domandò perché si comportava così e il bambino questa volta le rispose a tono, piangendo : &#8220;Ma sei tu che mi hai detto di farti vedere come stavo nella pancia della mamma&#8221;.<br />
Come sono stupidi quelli che dicono che gli autistici non percepiscono; mentre un esempio del genere ci fa intuire quanto avesse lavorato in quei trenta giorni il cervello di quel bambino per cercare di elaborare una risposta tanto esauriente.</p>
<p>Per concludere, si potrebbe immaginare una situazione paradossale, divertente e terribile allo stesso tempo: considerando la relativa facilità con cui si può realizzare la fecondazione in vitro, immaginiamo la possibilità, oggi molto concreta, di proseguire la gestazione fuori dell&#8217;utero della donna per tutti i nove mesi, proprio come aveva fatto già Petrucci che nel 1961 disse di essere arrivato fino al ventinovesimo giorno. Inoltre, sappiamo che oggi il neonato può essere allattato e nutrito benissimo in modo completamente artificiale fino all&#8217;autosufficienza.</p>
<p>A questo punto, possiamo domandarci: che ne sarà del corpo della donna e degli organi genitali del maschio e della femmina?<br />
Se non sarà più necessario introdurre un pene in una vagina ai fini della procreazione; se la sacca dell&#8217;utero non dovrà più contenere l&#8217;embrione e i fianchi larghi della donna non avranno più la funzione di &#8220;portare&#8221; il feto per tutto il tempo della gestazione; se le ghiandole delle mammelle non dovranno più produrre il latte, il maschio e la femmina non avranno più ragioni evolutive per differenziarsi l&#8217;uno dall&#8217;altra.</p>
<p>Questa non è una battuta, anche se può sembrarlo.</p>
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		<title>Psicanalisi contro n. 38 &#8211; I diritti dell&#8217;uomo sono universali?</title>
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		<pubDate>Sat, 01 May 1999 07:06:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Abbiamo visto come non sia più accettabile, dal punto di vista strettamente scientifico e non soltanto religioso, negare la continuità della vita umana, dal concepimento alla morte, che è provata dalla continuità delle funzioni psicofisiche dell&#8217;embrione, del feto e del neonato, rilevabile grazie alle moderne tecniche di monitoraggio e all&#8217;ecografia in particolare. Da questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. </strong>Abbiamo visto come non sia più accettabile, dal punto di vista strettamente scientifico e non soltanto religioso, negare la continuità della vita umana, dal concepimento alla morte, che è provata dalla continuità delle funzioni psicofisiche dell&#8217;embrione, del feto e del neonato, rilevabile grazie alle moderne tecniche di monitoraggio e all&#8217;ecografia in particolare. Da questa constatazione scaturiscono alcune inevitabili considerazioni di ordine morale.</p>
<p>L&#8217;aborto volontario legalizzato, consentendo nell&#8217;impunità la soppressione di un essere umano esente da ogni colpa verso lo stato e verso la società, contraddice profondamente e gravemente almeno quattro principi fondamentali formalizzati nella &#8220;Carta dei diritti universali dell&#8217;uomo&#8221; proclamata nel dicembre del 1948 e approvata da tutti gli stati membri delle Nazioni Unite.</p>
<blockquote><p>&#8220;Art. I Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali per dignità e diritti. Sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fratellanza&#8221;</p>
<p>&#8220;Art. 2 Ciascuno può avvalersi di tutti i diritti e di tutte le libertà proclamati nella presente dichiarazione, senza alcuna distinzione di alcun genere, di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di credo politico o di opinione, dell&#8217;origine sociale o nazionale, dei beni di nascita o di ogni altra condizione&#8221;</p>
<p>&#8220;Art. 3 Ogni uomo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona&#8221;</p>
<p>&#8220;Art. 4 Nessun uomo può essere tenuto in schiavitù o in servitù; la schiavitù e il traffico degli schiavi sono proibiti sotto tutte le loro forme&#8221;</p>
<p>&#8220;Art. 5 Nessun uomo può essere sottoposto a tortura o a punizioni o trattamenti crudeli, inumani o degradanti&#8221;</p>
<p>&#8220;Art. 6 Ogni uomo ha il diritto di essere riconosciuto ovunque come persona giuridica&#8221;</p></blockquote>
<p>L&#8217;aborto, in primo luogo, nega la validità del principio stabilito dall&#8217;articolo tre, per cui ogni essere umano ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza: come viene garantita la sicurezza di un individuo che può essere soppresso, per legge, in alcuni Paesi, nei suoi primi tre mesi di vita. in altri a cinque mesi dal concepimento e in altri ancora fin quasi al termine della vita gestazionale?<br />
Non solo l&#8217;aborto sopprime la vita di un innocente, ma c&#8217;è la prova che l&#8217;embrione e il feto risentono di tutti gli attentati che vengono messi in opera contro la loro incolumità e il loro benessere. In quanto psicoanalista posso dire che molte malattie psichiche, soprattutto ansie depressive e alcune psicosi, apparentemente inspiegabili pur risalendo ai primissimi giorni di vita, si presentano in adulti che, nel ventre materno, hanno avuto l&#8217;esperienza di tentativi di aborto. Il numero di queste persone che vivono oppresse dall&#8217;angoscia di morte è, da un punto di vista statistico, così alto che non si può più dire che si tratti solamente di un caso: la verità è che il bambino nel ventre materno percepisce molto bene se lo si vuole uccidere.</p>
<p>In secondo luogo l&#8217;aborto volontario si oppone al quarto articolo della Carta dei diritti universali dell&#8217;uomo, che afferma che nessuno può essere ridotto in schiavitù. Non è forse uno schiavo un essere la cui vita può venire soppressa dalla volontà di altri, per esempio della madre, con o senza il consenso del padre, esattamente come avveniva nelle società che consideravano diversi i cittadini coi pieni diritti civili dagli schiavi, con diritti ridotti o addirittura senza diritti?</p>
<p>In terzo luogo l&#8217;aborto è in contrasto col quinto articolo, in cui è detto che nessun essere umano deve essere sottoposto a tortura: se si prendono in considerazione le modalità di attuazione dell&#8217;aborto si vede come, prima di essere uccisi, i bambini vengono torturati nel ventre materno, dal momento che la pratica abortiva non prevede nessun tipo di anestesia per i] feto, quale che sia la tecnica, spesso molto cruenta, come abbiamo visto, messa in atto per eliminarlo.</p>
<p>Infine, nella Carta si afferma anche che ogni essere umano, in ogni luogo e tempo, ha diritto ad essere trattato con tutta la sua dignità di persona: forse che il tempo della gestazione è un tempo che non esiste e il luogo del ventre materno non è un luogo fra tutti i luoghi possibili? Del resto la Carta dei diritti universali dell&#8217;uomo non prevede limitazioni in proposito, non c&#8217;è scritto che il principio non debba valere nel periodo di tempo dei nove mesi di gestazione o in quel particolare luogo che è l&#8217;utero materno. Questa contraddizione è ancora più evidente se si pensa alla grande quantità di preoccupazioni di salvaguardare il benessere della donna e del feto previste dalle leggi e dalle norme sanitarie di molti Paesi socialmente avanzati, rivendicate in modo particolare dalle donne a difesa della loro gravidanza<br />
Se si decide di ammettere per legge la possibilità di compiere aborti volontari, perché allora accusare di omicidio una madre che butta un bambino nel cassonetto poco dopo averlo partorito, oppure quando il bambino ha sei mesi, o magari ad un anno, se improvvisamente si dovessero presentare speciali difficoltà per la madre o patologie gravi per il bambino? Oggi in Brasile &#8220;squadroni della morte&#8221; eliminano in nome del benessere sociale gruppi di bambini accattoni e criminali, ma sono condannati dalla morale e dal diritto.</p>
<p>Eppure non si può più negare che il concepito è fin da subito una persona con tutte le caratteristiche individuali che poi si troveranno anche nella vita extrauterina. Inoltre abbiamo ormai la prova che il patrimonio psichico incomincia a formarsi nella vita intrauterina, e così la capacità di apprendimento che continuerà con le stesse modalità fondamentali in tutta la vita successiva.</p>
<p><strong>2. </strong>A sostegno della legalizzazione dell&#8217;aborto, alcuni dicono che, se così non fosse, ci sarebbero complicazioni sociali ancora più gravi. Un eventuale regime di penalizzazione dell&#8217;aborto potrebbe favorire il ritorno alle &#8220;mammane&#8221;, ovvero a quelle pratiche illecite ed insicure dal punto di vista igienico e sanitario alle quali le donne ricorrerebbero comunque a rischio della pelle, e così via. Come se si dovesse legittimare l&#8217;omicidio da parte di professionisti pagati dallo stato, per evitare che venga compiuto da rozzi ed inesperti delinquenti senza il rispetto delle norme igieniche o del buon gusto. A questo punto tanto varrebbe fare la proposta assai meno insensata di abolire la penalizzazione dell&#8217;omicidio di qualunque specie, riservando tutt&#8217;al più alle coscienze il diritto all&#8217;eventuale condanna morale: così che ognuno possa decidere personalmente se vuole uccidere.</p>
<p>Io non chiedo quindi di penalizzare l&#8217;aborto, ma chiedo, se si lascia impunito l&#8217;aborto, di depenalizzare allo stesso modo qualunque omicidio. Si lasci l&#8217;uomo alle prese con i rimproveri e le punizioni della sua morale, con il suo Super Io, come direbbe la psicoanalisi tradizionale. In ogni caso, è preferibile che la società permetta di ammazzare chiunque e non solo qualcuno e soprattutto non soltanto i più deboli. E il bambino nel ventre materno è il più debole di tutti ed anche il più innocente, perché non ha avuto ancora il tempo di commettere nessun delitto. Questo mio discorso è un po&#8217; provocatorio, ma è anche un&#8217;esigenza di coerenza. C&#8217;è invece un altro discorso, meno provocatorio, che io continuo a ripetere, ma che paradossalmente non trova ascolto in una cultura che preferisce scegliere la morte piuttosto che affrontare con franchezza le problematiche sessuali. Bisogna che la scuola si faccia carico davvero dell&#8217;educazione sessuale, che insegni davvero quali sono le tecniche contraccettive, compreso l&#8217;uso del preservativo e che dia ai ragazzi e alle ragazze una informazione adeguata sulle modalità dell&#8217;aborto, in modo che siano preparati ed in grado di esprimere un&#8217;opinione frutto di un consenso o di un dissenso veramente informati.</p>
<p><strong>3. </strong>In Questi mesi di guerra, sono stati uccisi, con l&#8217;aborto, più bambini in Italia di quanti non ne siano morti in Kosovo e in Jugoslavia. Ritengo importante, in questi tempi, parlare anche della morte nascosta che ogni giorno viene a svuotare di nuove vite il ventre delle nostre donne.</p>
<p>Il consenso informato deve permettere ad ogni donna di sapere cosa succede nel suo ventre, dal momento che una vita è stata concepita, e che cosa significa abortire; nessuna ragazza deve essere costretta ad impararlo a sue spese e per proprio conto, ma è la scuola che deve insegnarglielo, proprio come insegna Dante, per la stessa esigenza, molto concreta e presente, di cultura e di civiltà. Finché non sarà così, assisteremo allo scempio di società che ammazzano, allo stesso modo in tutta tranquillità di coscienza attraverso l&#8217;aborto oppure attraverso il bombardamento di ospedali o di case civili. Società in cui si lascia indifferentemente la gente morire al freddo sotto teloni di plastica o i bambini contorcersi nella soluzione salina con cui li si uccide. È la stessa cultura di morte: quella che ha prodotto i lager nazisti, i genocidi e gli aborti, tutti aspetti dello stesso male.</p>
<p>Allora viene in mente quella tremenda frase di Primo Levi:</p>
<blockquote><p>&#8220;Dite voi se questo è un uomo!&#8221;</p></blockquote>
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		<title>Psicanalisi contro n. 37 &#8211; Ma questo è un uomo</title>
		<link>http://www.sandrogindro.it/site/1999/04/01/ma-questo-e-un-uomo/</link>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 1999 06:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Proprio in questi giorni, ad un passo da noi, c&#8217;è in atto una guerra tremenda e mostruosa. Non voglio qui dare giudizi su chi ha torto e chi ha ragione; ma comunque anche questa è una guerra piena di gesti che fanno orrore a ogni essere umano ben nato e di buona volontà.
Forse non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. </strong>Proprio in questi giorni, ad un passo da noi, c&#8217;è in atto una guerra tremenda e mostruosa. Non voglio qui dare giudizi su chi ha torto e chi ha ragione; ma comunque anche questa è una guerra piena di gesti che fanno orrore a ogni essere umano ben nato e di buona volontà.<br />
Forse non è giusto essere più coinvolti in una guerra perché ci è vicina che in un&#8217;altra, ad esempio, in atto nel centro dell&#8217;Africa, però gli esseri umani sono fatti in questo modo. Anch&#8217;io combatto la mia guerra: una guerra senza tregua e senza esclusione di colpi contro l&#8217;aborto volontario, che s&#8217;inserisce, a sua volta, nella guerra che io, piccolo uomo, vorrei fare contro tutte le morti, nessuna esclusa e soprattutto contro quelle procurate da un uomo ad un altro uomo, arrogandosi un diritto di vita e di morte sull&#8217;altro che nessuno ha.</p>
<p>Le mie argomentazioni contro l&#8217;aborto non sono dettate da un sentimento o da motivazioni religiose, anche se rispetto tutte le religioni e tutte le persone che sono convinte di qualcosa in cui credono; ma sono frutto del mio impegno di essere umano e di scienziato che ama il progresso, la civiltà e la buona qualità della vita. Io sono diventato antiabortista, dopo essere stato abortista, perché la mia scienza mi ha insegnato che abortire significa uccidere esseri umani che sono tali e vivi già nel ventre materno. Io insegno Psicoanalisi della gestazione all&#8217;Università, a Perugia e alla Sapienza di Roma, in due scuole di specializzazione in Ginecologia e Ostetricia, della Facoltà di Medicina. Questo mi ha permesso, grazie a un duro e lungo lavoro di studio e di sperimentazione, di avere una onesta e documentata preparazione in materia, benché sia consapevole che tutto è contestabile. Per queste ragioni, il fondamento della mia posizione contro l&#8217;aborto è laico e non è religioso. Io sono dal canto mio una persona religiosa, ma sono del parere che tutti gli esseri umani (religiosi o atei, cattolici, luterani, greco-ortodossi, musulmani, scintoisti, animisti) se rispettano l&#8217;umanità, in sé e negli altri, come diceva Kant, non possono che lottare contro l&#8217;aborto volontario. Ripeto ancora che non dico questo perché sono cattolico o religioso (con tutta la consapevolezza di fare una negazione), ma in quanto sono convinto che anche se fossi ateo sarei antiabortista, perché questo è il dovere di ogni essere civile. Per le stesse ragioni, sono favorevole a tutti gli anticoncezionali (tranne quelli, ovviamente, che sono degli aborti «travestiti») in quanto possono liberare la donna prima di tutto, e poi l&#8217;uomo, dalla condanna di essere responsabili di una vita (che non ha chiesto di venire al mondo) non voluta, magari perché frutto di violenza, stupro, negligenza o ignoranza. L&#8217;ignoranza intorno alla contraccezione, sia quella chimica e meccanica, sia quella cosiddetta naturale, approvata dalla Chiesa Cattolica, è, purtroppo, ancora molta. Bisogna però che le donne imparino ad evitare di rimanere incinte, se non lo desiderano, poiché oggi questo è possibile. Piuttosto che ipotizzare la sola eventualità di collaborare ad un assassinio, è certo preferibile scegliere di inibire il concepimento. Non ci sono più scuse per chi, oggi, in Occidente, compie un aborto volontario. Per quel che riguarda quelle gravidanze che sono vere e proprie disgrazie, perché frutto di una violenza o di uno stupro, è sufficiente dire che bisogna comunque escludere che l&#8217;aborto possa essere un atto di riparazione, in quanto non si può mai sperare di risolvere una violenza commettendo un&#8217;altra violenza.</p>
<p><strong>2. </strong>Molti studiosi avrebbero la pretesa di differenziare, qualitativamente e sostanzialmente, i diversi momenti della vita dell&#8217;embrione e del feto. Io sostengo che questa è una scelta arbitraria ed ingiustificata.<br />
Si dice che alla fine del secondo mese di gestazione si concluda la vita embrionale e cominci quella fetale, perché solo allora sarebbero presenti gli elementi fondamentali di tutti gli apparati del bambino.<br />
La mia osservazione mi ha invece dimostrato che, fin dal primo istante in cui i due gameti s&#8217;incontrano, comincia a pulsare la vita di un essere umano. È vero che a questo esserino appena concepito può succedere di tutto: può duplicarsi e diventare gemello, o avere gravi deformazioni, o seguire invece un felice sviluppo intrauterino, però non succederà mai che l&#8217;embrione iniziale appena concepito diventi, per esempio, dopo cinque mesi, una pianta di rose o un cane; infatti sarà sempre e soltanto un uomo fino alla fine, con tutte le sue caratteristiche specifiche dei diversi momenti della vita, proprio perché è già uomo fin dall&#8217;inizio. È un ragionamento molto semplice, che però è scomodo, perché vuol dire che siamo sempre davanti ad esseri umani fin da subito: nessuno diventa qualcos&#8217; altro, magari può diventare un poveraccio, un essere malformato, un disperato, però si tratterà sempre di un essere umano, con tutte le caratteristiche genetiche della specie, del quale vanno rispettate la vita e la dignità. Pare che finalmente nel 2004 sarà completata la «mappatura» del genoma umano e da quel giorno potremo anche sapere su base genetica chi è e che cos&#8217;è l&#8217;uomo ed essere certi che tutti gli individui identificati in quel genoma sono esseri umani.</p>
<p>Non sono io un esaltatore della scienza, ma so che anche la mia piccola scienza, la psicoanalisi, si associa in una comune lotta per il benessere dell&#8217;uomo, ad altre piccole scienze come la medicina, la genetica, la biologia, tutte ambigue, claudicanti, ingannevoli, fatte di tanti errori e di poche verità, che però non bisogna rifiutare, se non si vuole correre il rischio di cadere prede della demagogia, della magia, o di chissà che altro.<br />
In passato, fino a non molto tempo fa, sulla generazione e sulla vita gestazionale si sapeva molto poco e ci si basava quasi soltanto su intuizioni.<br />
Nell&#8217;antichità classica, nel quarto secolo a.C., Aristotele, nel libro «Sulla generazione degli animali», affermava che a generare era soltanto il maschio, il cui seme aveva la forza vitale, mentre la donna non aveva seme o comunque aveva un seme senz&#8217;anima; il mestruo era il terreno, l&#8217;humus che poi nutriva il seme del maschio. Questo sebbene, cent&#8217;anni prima, Ippocrate avesse già detto che erano tutti e due elementi importanti della procreazione. Questa teoria di Aristotele, se pur era anche frutto di un certo maschilismo, rispecchiava comunque l&#8217;ignoranza dovuta all&#8217;impossibilità di vedere o di sapere, tuttavia non per questo noi diciamo che Aristotele fosse folle, proprio perché aveva a disposizione conoscenze e strumenti molto limitati. Il mondo è andato però avanti: nel 1600 si è scoperto il cannocchiale e qualche tempo dopo il microscopio, il quale è stato sempre più perfezionato nel tempo. Così nell&#8217;800 si è individuato l&#8217;uovo femminile e quasi contemporaneamente il processo di spermatogenesi del maschio, elementi che hanno dato la prova di quanto e in che modo gli agenti seminali del maschio e della femmina contribuiscano alla generazione. Se oggi qualcuno ritornasse alla teoria di Aristotele, dicendo che è solo il maschio capace di generare, mentre alla donna spetterebbe soltanto di mettere a disposizione il proprio sangue mestruale per nutrire il seme, secondo me, non lo si dovrebbe accusare soltanto di maschilismo o rimproverarlo di commettere un errore scientifico, ma anche di essere un folle delirante.<br />
Allo stesso modo, oggi, dopo più di vent&#8217;anni di ecografia e di altri monitoraggi, nei quali si vede che fin dal concepimento quell&#8217;essere è un uomo che vuole vivere, che si sviluppa, sia pur lentamente, se qualcuno dicesse che quello non è un essere umano e quindi, come facevano gli antichi conquistadores con gli indios, lo possiamo uccidere, allora è un pazzo criminale.</p>
<p>Secondo me gli abortisti o sono in malafede come gli antichi conquistadores o sono pazzi come un ipotetico moderno scienziato che sostenga attualmente quello che aveva affermato secoli fa Aristotele.<br />
La scienza è ambigua, contraddittoria, oscura, conosce tante sconfitte, però, pur non deificandola come si è fatto nel 1800, non dobbiamo rinunciare al suo contributo. La scienza dunque ci fa vedere che il concepito è già un bambino e la biogenetica ci dimostra perché è un essere umano.</p>
<p><strong>3. </strong>Solo alla fine del diciannovesimo secolo si ebbero accenni di interesse per la vita fetale da parte di alcuni scienziati, ma, ovviamente, i monitoraggi erano difficili e le osservazioni dirette quasi impossibili, quindi si potevano studiare soltanto i bambini nati prematuri o immaturi o morti al momento del parto. Solo da pochi decenni &#8211; da poco più di vent&#8217;anni in Italia &#8211; l&#8217;ecografia, invece, permette, come ho detto, di vedere direttamente cosa accade, dal concepimento in avanti, a quella vita che in precedenza sembrava nascosta e oscura. L&#8217;essere umano, nel grembo della madre, ha una vita estremamente ricca: i suoi organi sono tutti funzionanti, ha le mani, gli occhi, le orecchie; al quarantesimo giorno di gestazione possiamo già registrare le prime onde cerebrali attraverso l&#8217;elettroencefalogramma; poco dopo, lentamente si formeranno gli organi del gusto, dell&#8217;udito, della vista. Se al feto, attraverso la parete del ventre materno, è fatta sentire una musica molto forte, lo si può vedere reagire col gesto di chi si tappa le orecchie con le mani, se una luce violenta lo aggredisce passando attraverso l&#8217;addome della madre, il bambino si difende, coprendosi gli occhi; inoltre è capace di fare gesti di approvazione o di disapprovazione, sia con la lingua, sia con le smorfie del volto, se la madre ha ingoiato cibi che non gli piacciono. Il bambino subisce le conseguenze di tutti gli eventuali comportamenti anomali e disturbanti da parte della madre. Sempre osservando le onde magnetiche, si può «vedere» come il bambino impari a nuotare, a muoversi, a ruotare su se stesso, come sorrida o faccia il viso triste. Adesso si può anche percepire, quando il bambino dorme, se sogna o non sogna• nell&#8217;adulto, quando i sogni sono più intensi, è possibile registrare il movimento rapido degli occhi sotto le palpebre abbassate ( fase REM ), mentre invece quando non sogna, sprofonda in quello che è stato definito «sonno non REM», dal momento che i bulbi oculari rimangono fermi. Anche nel bambino « in utero» si è visto che sono presenti sia il sonno REM sia il sonno non REM, quindi è molto probabile che anch&#8217; egli sogni, altrimenti non si capirebbe perché abbia questi movimenti oculari che nell&#8217;adulto hanno un significato preciso. Nella mia esperienza di psicoanalista, mi sono accorto che non è difficile, con un po&#8217; di buona volontà e di attenzione, far raccontare a bambini molto piccoli sogni fatti od esperienze avute nel ventre materno. Certo non si può essere sicuri che il bambino stia raccontando effettivamente i sogni di quel periodo e precisamente come li ha avuti, però, visto che usando quei sogni nella terapia, basandosi sull&#8217;ipotesi che risalgano alla vita intra uterina, si sortiscono effetti di grande efficacia terapeutica, possiamo pensare che, probabilmente, quei sogni sono stati realmente fatti quando il bambino era nel ventre materno. D&#8217;altra parte anche la fisica moderna si è mossa così. Io ho un grande amore per la fisica, una scienza che è esplosa durante lo stesso periodo della psicoanalisi, in questi ultimi cento anni. Entrambe hanno usato la stessa tecnica: visti gli effetti prodotti, si ipotizzano determinate cause, oppure viste certe reazioni se ne deducono i meccanismi che le hanno provocate.</p>
<p>Non è detto che sia assolutamente vero, però sta di fatto che in questo modo si riescono a sviluppare settori come quello delle ricerche spaziali e anche a costruire le bombe atomiche, purtroppo. Si deve, quindi, ricorrere anche alle ipotesi, se si vuole correttamente impostare un problema scientifico.</p>
<p><strong>4. </strong>Oggi, non solo abbiamo una migliore conoscenza della vita intrauterina, ma siamo anche capaci di inter-agire con il bambino, di comunicare e giocare con lui nel ventre materno. Il bambino, a sua volta, dimostra di avere molta voglia di giocare e di comunicare non soltanto con la mamma, ma anche con chi sta al di là dell&#8217;ambiente in cui è racchiuso. Tutti i nove mesi di gestazione sono un continuo tentativo del bambino di diventare il più autonomo possibile, tanto che, come dicono le ultime scoperte, è lui che decide quando deve nascere, mandando alla madre messaggi ormonali. Non solo il bambino, nel periodo gestazionale, ha una sua autonomia molto marcata, e la sua non è una vita simbiotica come si credeva, ma oggi sappiamo che la sua non è una vita soltanto felice, come affermavano persino alcuni psicoanalisti fino a qualche decennio fa, parlando del mare calmo e felice del ventre materno in cui sarebbe stato totalmente protetto. Non è vero. Il bambino è pochissimo protetto dalle stimolazioni dell&#8217;ambiente e dai traumi che la madre subisce. La teoria che il bambino nel ventre materno fosse protetto e sicuro, qualunque cosa capitasse alla madre, era indubbiamente frutto dell&#8217;ignoranza scientifica, però aveva anche un significato sociale: se infatti il bambino è tranquillo e protetto nel ventre, allora la madre può continuare ad essere sfruttata sul posto di lavoro.</p>
<p>Anche gli eccessi dello stile di vita della madre possono compromettere una buona gestazione. Una madre che, nonostante i miei avvertimenti, fumava in modo inverosimile, e in più assumeva anche sostanze psicotrope come hashish e marijuana, ebbe la sgradevole sorpresa, ad una ecografia, di scoprire che il feto era malformato a causa dell&#8217;intossicazione da fumo e lei, per questo, decise di abortire, scegliendo quindi di commettere un delitto. Questa è una storia terribile, ma ce ne sono tantissime di simili.<br />
La donna non può fare tutto quello che vuole durante la gestazione: essa ha il dovere, anzi, di proteggere il bambino finché è nel suo ventre, finché nascerà; solo dopo il parto potrà anche decidere di affidarne la cura ad altri. Il gruppo sociale, dal canto suo, ha il dovere di proteggere la gestante e di non farla mai sentire sola.<br />
Ai bambini si può insegnare a riconoscere la voce dei genitori, determinati suoni e ritmi, anche poesiole che poi riconoscerà quando sarà fuori dal ventre materno. C&#8217;è tutta una branca della scienza intrauterina che parla proprio dell&#8217;apprendimento in questo periodo della vita. Si possono ovviamente insegnare cose adeguate al momento di sviluppo del bambino, come ad esempio ad un bimbetto di un anno non s&#8217;insegneranno complicatissime formule di trigonometria, ma non per questo un bambino di un anno non è un essere umano a tutti gli effetti, come lo è il feto che impara a riconoscere la voce della mamma e del papà, ritmi e persino parole.</p>
<p>Queste cose noi le sappiamo da vent&#8217;anni a questa parte e proprio vent&#8217;anni fa la legge italiana permetteva l&#8217;aborto, dicendo che quello che era nel ventre materno fino al terzo mese, non era un essere umano, e tuttora gli abortisti continuano a dirlo: lo possiamo ammazzare perché è un essere imperfetto.<br />
È ridicolo e grottesco pensare che a ottantanove giorni non è un uomo e a novanta lo è, mentre in Inghilterra diventa un uomo a cinque mesi e un giorno, mentre non lo è a cinque mesi meno un giorno; eppure l&#8217;Italia e l&#8217;Inghilterra sono due popoli non lontani per storia e tradizioni, hanno la stessa cultura e la stessa religione, anche se un po&#8217; diversa, ma pur sempre cristiana.</p>
<p><strong>5. </strong>Oggi che siamo nell&#8217;epoca della bioetica e del consenso informato ancora pochi e neppure le donne, sanno come avviene l&#8217;aborto. Quando andavo nelle scuole a parlare ai ragazzi di gestazione, dello sviluppo fetale e anche dell&#8217;aborto, come mi pareva doveroso, visto che siamo in uno stato in cui questo è lecito, ho scoperto con stupore che nessun ragazzo o ragazza sapeva davvero in cosa esso consistesse, nemmeno coloro che, che dopo la mia chiacchierata, mi prendevano da parte in lacrime dicendo di averlo fatto. Sconvolti ripetevano che, se avessero saputo di cosa si trattava, non avrebbero preso mai una simile decisione. Che ne è allora del consenso informato? L&#8217;informazione dovrebbe essere obbligatoria, anche per l&#8217;aborto volontario, eppure le donne e i loro partners non sono davvero informati di come viene praticato l&#8217;aborto. La scuola che sbandiera l&#8217;importanza dell&#8217;educazione sessuale deve andare fino in fondo ed insegnare ai giovani cosa significa abortire, se si vuole che le donne e gli uomini siano davvero liberi di scegliere, in piena scienza e coscienza, se ricorrere oppure o no ad una pratica che, pure, lo stato ha reso lecita. Invece avviene addirittura che in alcuni Paesi, nelle sale dove si pratica l&#8217;aborto, non ci possa essere nemmeno un fonendoscopio perché non accada che la donna, sentendo battere il cuore del figlio, rinunci ad abortire.</p>
<p><strong>6. </strong>Ci sono varie tecniche abortive: una che può essere praticata solo nelle primissime settimane di vita del bambino &#8211; tanto che è anche definita eufemisticamente come operazione di «svuotamento mestruale» &#8211; consiste nell&#8217;introduzione in utero, dal basso, di una cannula aspirante che provoca lo «scivolamento» all&#8217;esterno del bambino.</p>
<p>Un secondo tipo di aborto, che si pratica all&#8217;interno dei tre mesi previsti dalla legge dello stato italiano, è invece più complicato: si provoca con l&#8217;anestesia la dilatazione del collo dell&#8217;utero; s&#8217;introduce una cannula di plastica che smembra, maciulla ed infine aspira il bambino che finisce in una sacca (esattamente come fa l&#8217;aspirapolvere con i sudiciumi di casa). Un altro metodo permesso in Italia all&#8217;interno dei tre mesi di gestazione, è quello noto col nome di «raschiamento»: viene introdotto dal basso, insieme con una pinza, un cucchiaio di acciaio concavo e tagliente e il bambino viene fatto a pezzi, asportato e tagliuzzato, raschiando le pareti dell&#8217;utero. In tutti questi interventi viene asportata anche la placenta.</p>
<p>Un&#8217;altra forma di aborto che è permessa senza limitazioni in Inghilterra fino al quinto mese &#8211; mentre in Italia è praticabile solo in casi<br />
eccezionali anche oltre il terzo mese &#8211; è quella in cui il medico introduce una pinza nell&#8217;utero, prende un arto, per esempio una gambetta, la torce fino a staccarla, poi la butta fuori e così fa con gli altri arti e le altre parti del corpo; invece la spina dorsale e il cranio, che ormai sono precalcificati, bisogna frantumarli per poterli tirare fuori; a questo punto l&#8217;ostetrica deve ricomporre il corpicino perché il medico si renda conto che non sia rimasto niente del bambino dentro il ventre materno.</p>
<p>Altre tecniche di intervento abortivo fanno ricorso a particolari sostanze venefiche. Un procedimento che viene usato quando il bambino è abbastanza avanti nello sviluppo, consiste nell&#8217;usare iniezioni di soluzione salina molto concentrata, che si inietta nel liquido amniotico passando dal ventre materno:<br />
il bambino si contorce, ha sussulti, viene decorticato, tanto che ironicamente alcuni ostetrici dicono che viene fuori un bambino «candito» e indubbiamente è un bambino che è stato cotto dal sale, avvelenato, e sembra un candito. Un&#8217;altra tecnica consiste nell&#8217;iniettare prostaglandine, cioè sostanze che producono le contrazioni, e se il bambino è sufficientemente piccolo non sopravvive, ma intorno ai quattro e ai cinque mesi può venire fuori vivo e, dal momento che la donna è lì per essere liberata da quel fardello, il medico deve avere poi il coraggio di ucciderlo.<br />
Esiste anche quella che viene chiamata la «pillola del giorno dopo», una sostanza che si può assumere soltanto dopo le primissime settimane dal concepimento, la quale crea una situazione per<br />
cui l&#8217;embrione, appena impiantato, non trova nutrimento e allora muore per inedia: Io si uccide facendolo morire di fame; automaticamente poi l&#8217; utero espelle il bambino morto.</p>
<p>Oltre a questi interventi ce ne sono altri: in fase di gestazione avanzata, si pratica un taglio cesareo, così che il bambino, ancora vivo, viene estratto e soffocato oppure immerso nell&#8217;acqua, cioè annegato; o ancora, con un metodo, che è definito più soft, più dolce e umano, si recide il cordone ombelicale e il bambino muore asfissiato.<br />
Queste sono le tecniche principali con cui si uccide l&#8217;essere umano nel ventre materno. Oggi si uccidono così non soltanto gli albanesi in Kosovo, gli Hutu e i Tutsii in Africa, i curdi in Asia ma anche i bambini nel ventre materno.</p>
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		<title>Psicoanalisi contro n. 36 &#8211; Il delirio silente e il consenso informato: le antinomie della bioetica</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 1999 09:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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«Ogni società per assicurare la propria sopravvivenza, ha bisogno di fabbricare i suoi capri espiatori. Il Medio Evo aveva le sue streghe e i suoi eretici, noi abbiamo i nostri malati mentali. Inoltre la società deve mettere in opera l&#8217;apparato, la struttura che le permetteranno di scovare i suoi capri espiatori e di comminare loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1.</strong></p>
<blockquote><p>«Ogni società per assicurare la propria sopravvivenza, ha bisogno di fabbricare i suoi capri espiatori. Il Medio Evo aveva le sue streghe e i suoi eretici, noi abbiamo i nostri malati mentali. Inoltre la società deve mettere in opera l&#8217;apparato, la struttura che le permetteranno di scovare i suoi capri espiatori e di comminare loro la sorte che li aspetta. Il Medio Evo aveva l&#8217;Inquisizione, noi abbiamo la psichiatria istituzionale. Inoltre bisogna giustificare una tale iniziativa! Allora si inventano miti: il mito della stregoneria, il mito della malattia mentale»</p></blockquote>
<p>(Th. Szaz, 1960, Civil liberties and the tnentaly ill, in Cleveland Marshall Law Rev. Vol. 9 p. 399, t.d.a.).</p>
<p>Che il potere, sempre ed ovunque, abbia cercato di costruire categorie di colpevoli per rafforzare la propria solidità è assolutamente vero. Da questa constatazione irrefutabile, una spirale perversa e superficiale ha indotto filosofi e scienziati, e gli psichiatri in particolare &#8211; a partire dagli anni sessanta di questo secolo &#8211; a considerare la follia alla stregua di un mito. In questo atteggiamento non si nasconde solo il pericolo dell&#8217;ingenuità, ma anche e soprattutto il rischio della disonestà politica e dell&#8217;errore scientifico. Una tale idea costituisce infatti un insulto derisorio rivolto a chi soffre di questo male e che si vede così relegato al livello di mero, irreale, fantasma del potere. Non si accetterebbe lo stesso atteggiamento nei confronti di altri malati; benché già si sia tentato in passato e tuttora si tenti di farlo con categorie particolari, come i lebbrosi, considerati un tempo come colpevoli ed oggi con i malati di AIDS: tuttavia neppure in questi casi si è arrivati a dire che la lebbra e l&#8217;AIDS siano miti inventati dal potere! Purtroppo la malattia mentale è una triste realtà che procura enormi sofferenze. Senza dubbio va denunciato l&#8217;uso che la società ne fa e l&#8217;atteggiamento che assume nei suoi confronti, ma non si può davvero negarne la presenza quotidiana tra noi e che va ben al di là del pretesto su cui appiccicare etichette di comodo, che sarebbero create dagli psichiatri soltanto al fine di poter proseguire le loro pratiche e di esercitare sui malati di mente il controllo più totale (Th. Szaz, 1957, A contribution to the psychology of Schizofrenia, in A.M.A. Arch. Neurol. &amp; Psychiat. Vol.77).</p>
<p><strong>2. </strong>Proprio perché la malattia mentale non è un mito, ma una realtà che riguarda l&#8217;essere umano &#8211; il quale è sostanzialmente uno, pur nella diversità delle situazioni e dei modi in cui si esprime &#8211; ci si viene a trovare di fronte ad un paradosso quando si vuole applicare a tutti i costi all&#8217;individuo particolare princìpi che sembrano validi quando si considera l&#8217;uomo in generale. Nella fattispecie si tratta del principio del consenso informato che la bioetica vorrebbe universalmente valido.</p>
<p>La bioetica, come ogni espressione dell&#8217;impegno per la salvaguardia dei diritti umani, ha il dovere di combattere perché l&#8217;uomo non diventi preda dell&#8217;altro uomo quando è indebolito dalla malattia, che, in tutte le sue forme, rappresenta una perversione organica e psichica, essendo pur tuttavia intrinseca alla stessa natura dell&#8217;uomo. Cosa che vale a maggior ragione per la malattia mentale.<br />
Dal XIX secolo in poi si è cercato di classificare i sintomi della malattia mentale per categorie e di definire sindromi specifiche, ciascuna riconducibile ad origini causali proprie, senza però riuscirci veramente. Gli ultimi risultati di questi sforzi sono stati il DSM III e IV, che in realtà non sono quasi altro che una lista di sintomi più simile alla espressione di un delirio ossessivo che ad una produzione scientifica. La filosofia, la scienza e la psichiatria dei nostri giorni hanno perso il senso del ridicolo come dimostra, per fare un esempio, il fatto che in una pubblicazione con pretese di serietà si possa leggere che: «le idee mistiche sono più frequenti nei cristiani; mentre gli indù sono soprattutto soggetti a manifestazioni psicomotorie (catatonia); le allucinazioni visive sono particolarmente gravi nei messicani; il suicidio è una complicazione riscontrata molto spesso tra gli schizofrenici giapponesi, etc.» (J. Postel, Dictionnaire de psychiatrie et de psycopatologie clinique, Larousse Bordas, Paris, 1998, t.d.a.). È vero che la follia ha relazioni precise con le culture dei popoli e che i giapponesi conoscono meno inibizioni morali e culturali nei riguardi del suicidio, ma ciò implica tutt&#8217;al più un aumento in Giappone della frequenza di un tale gesto, il che non dà alcun diritto di trarre conclusioni nosografiche tanto grossolane!</p>
<p>In caso ne si accettasse la logica, si dovrebbe dedurne che un italiano suicida abbia caratteristiche psichiche giapponesi. In conclusione: prendere in considerazione i fattori culturali per meglio comprendere l&#8217;eziologia di un delirio è ben diverso dal ridurre tutto alla questione sociale.</p>
<p><strong>3.</strong> Una posizione diffusa è quella che sostiene la multifattorialità della cause della malattia mentale e della schizofrenia in particolare: cioè le persone più deboli possono arrendersi davanti a fattori che possono essere biologici, psichici e psicosociali ad un tempo.<br />
Dal fatto però che i deliri e le allucinazioni si presentano ugualmente sia nelle schizofrenie e nelle bouffées deliranti, sia negli stati paranoidi e nelle depressioni gravi, può sorgere forte il dubbio che ogni distinzione eziologica tra le differenti sindromi sia ingiustificata e scorretta. Tale dubbio è ancora più rafforzato dalla constatazione che persino gli psicofarmaci più sofisticati dell&#8217;ultima generazione, che hanno la presunzione di influenzare aree molto precise all&#8217;interno del sistema cerebrale, in realtà si rivelano molto imprecisi e hanno effetti alquanto indeterminabili in modo sistematico. Mentre si deve riconoscere un certo grado di efficacia degli interventi psicofarmacologici quando sono accompagnati e integrati da una psicoterapia, paradossalmente non si riesce peraltro ad avere punti di riferimento precisi per quanto riguarda l&#8217;eziologia della malattia mentale: la si voglia ricercare nelle cellule nervose, nel tessuto familiare e sociale oppure nell&#8217;esperienza individuale o collettiva.<br />
Che posto ha il delirio — che la nostra cultura identifica con la follia stessa — in un tale contesto? La mia convinzione è che il delirio rappresenti l&#8217;ultima difesa dell&#8217;individuo contro la forma più grave di malattia mentale: cioè la depressione. La quale, quando raggiunge la catatonia, è l&#8217;estrema parodia della morte stessa. O che invece può tradursi in un vero e proprio suicidio messo in atto al termine di un ineluttabile processo di discesa agli inferi.</p>
<p><strong>4. </strong>Per quel che riguarda il consenso informato, che è un fondamento della bioetica classica, ci sono da fare riserve che sono allo stesso tempo d&#8217;ordine generale e specifiche.<br />
In generale, bisogna dire anzi tutto che il principio stesso del consenso del malato nella pratica terapeutica entra troppo spesso in contraddizione con l&#8217;altro principio della bioetica: ovvero quello della beneficialità. Dire a un malato grave tutta la verità sulla sua situazione clinica, a volte senza speranza, ottiene il risultato negativo di abbassare i suoi livelli di difesa psichici ed organici, diminuendo le sue capacità di lotta e di resistenza alla malattia.<br />
Più specificamente, quando ci si trova di fronte ad un soggetto delirante, si viene a determinare una situazione affatto particolare: come si può domandare a qualcuno che ha perso il contatto con la realtà di dare il proprio consenso informato, ovvero di comprendere le ragioni del trattamento a cui lo si sottopone, o anche di rendersi conto dei rischi che la cura comporta? Al di là della difficoltà di dargli una informazione adeguata, si capisce bene come un tentativo in questo senso non riuscirebbe che ad aumentare il suo disorientamento. In tal caso la domanda di consenso informato si tradurrebbe in confusione ed oscurità.<br />
Tuttavia, se si riflette con attenzione, ecco che quello che sembrerebbe essere valido solo nel caso particolare del soggetto delirante si rivela invece la situazione che caratterizza ogni persona malata, considerata in un momento significativo della malattia e della terapia.</p>
<p>Quello che qui voglio introdurre nella mia nosografia è il concetto di «delirio silente», che colpisce ciascuno di noi nelle situazioni che hanno uno speciale significato emotivo. Non voglio soltanto dire semplicisticamente che tutti diventiamo folli in certi momenti della nostra vita — il che sarebbe una banalizzazione — ma proprio intendo affermare che ognuno di noi diventa clinicamente folle, con tutta la sintomatologia diagnostica di una vera «bouffée delirante», in occasione di un intervento medico — e specialmente chirurgico — per minimo che esso sia: basti citare per tutte la più semplice delle trapanazioni dentarie. L&#8217;osservazione ravvicinata permette infatti di notare come, nei giorni che precedono immediatamente un consulto medico, l&#8217;individuo entra in un vero e proprio stato di delirio: presenta alterazioni percettive che sono a volte vere e proprie allucinazioni uditive, olfattive e tattili. Come potrebbe un individuo in tali condizioni dare su semplice domanda un consenso veramente informato e consapevole sulle decisioni da prendere?</p>
<p>È al limite dell&#8217;assurdo che i bioeticisti insistano su un obiettivo che ha così poche possibilità di essere raggiunto.<br />
Un consenso ottenuto in simili condizioni potrebbe essere ingannevole ed addirittura nocivo. In entrambi i casi è evidente che ne risulterebbe una contraddizione col principio fondante stesso della bioetica.<br />
La soluzione, a mio parere, non può essere che quella di una adeguata informazione sanitaria generalizzata che permetta a tutti di conoscere il rapporto rischi-benefici delle terapie.<br />
Se oggi una tale ipotesi sembra irrealistica, è realistico invece che la bioetica alle soglie del terzo millennio si assuma il compito di renderla concreta, ampliando il suo campo d&#8217;intervento e rendendolo più incisivo, uscendo dai piccoli circoli dogmatici in cui è rinchiusa, e dove a furia di filosofeggiare ha perso il senso del ridicolo.<br />
Il dovere della bioetica non è di enunciare verità, ma è invece quello di mettersi al servizio degli uomini liberandoli dalla paura e dallo<br />
sfruttamento, con i mezzi di una educazione permanente distribuita secondo i principi di una universale equità.</p>
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		<title>Psicoanalisi contro n. 35 &#8211; Breve compendio di teoria e storia delle psicoterapie (4^parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 1999 09:06:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[10. Vivere vuoi dire raccontare, ovvero rappresentare: ciascuno quando pensa a ciò che sta facendo, ha fatto oppure farà, in qualche modo se lo racconta. Ogni avvenimento che si svolga nello spazio e nel tempo realizza una storia che può essere narrata. Il racconto costituisce la ragion d&#8217;essere del pensiero e dell&#8217;azione degli uomini che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>10. </strong>Vivere vuoi dire raccontare, ovvero rappresentare: ciascuno quando pensa a ciò che sta facendo, ha fatto oppure farà, in qualche modo se lo racconta. Ogni avvenimento che si svolga nello spazio e nel tempo realizza una storia che può essere narrata. Il racconto costituisce la ragion d&#8217;essere del pensiero e dell&#8217;azione degli uomini che riflettono su ciò che sono e fanno, raccontandoselo, cosa possibile solo perché dispongono di memoria.</p>
<p>Quella che comunemente viene chiamata psiche si caratterizza per due istanze fondamentali: la prima è la memoria, la seconda è il racconto.<br />
La memoria può essere intesa come hanno fatto i filosofi come Bergson oppure può coincidere quella dei neurofisiologi come Papez. Senza memoria fisica e psichica comunque la vita non ci sarebbe, bisogna infatti sapere almeno un po&#8217; ciò che si è chiamati a fare nel mondo e per saperlo è necessario utilizzare la memoria che fa scattare il primo impulso psichico. Ogni uomo fa gesti che ha memorizzato come utili a perseguire lo scopo; il cervello umano funziona come un computer che utilizza i dati che ha in &#8220;memoria&#8221;. La differenza tra la memoria umana e quella artificiale è che la prima è irriproducibile, in quanto si caratterizza anche per il sentimento di sé, conscio o inconscio che sia, mentre la seconda è in qualche modo la &#8220;memoria di un altro&#8221;, di quello o quelli che l&#8217;hanno progettata.</p>
<p>L&#8217;agire psichico dell&#8217;uomo sorge dalla memoria e costruisce memoria che diventa racconto. Agire e vivere significa ricordare per raccontare. Memoria e narrazione sono inscindibili e confluiscono una nell&#8217;altra, realizzando quella forma di &#8220;racconto primo&#8221; che costituisce la sola umana possibilità di realizzare i gesti che permettono all&#8217;uomo di vivere.<br />
Il &#8220;racconto secondo&#8221; si svolge sotto quella forma di rappresentazione che la cultura ha poi chiamato teatro. Nell&#8217;etimologia della parola teatro c&#8217;è il concetto di &#8220;guardare&#8221;: l&#8217;uomo guarda per ricordare, per riconoscere e per capire; nelle raffigurazioni rupestri è fissata la rappresentazione: danza, caccia e riproduzione; in seguito, nell&#8217;azione teatrale è stato possibile anche, unendo al segno il suono, la musica e la parola, cogliere la dinamica temporale che va dal passato al futuro passando attraverso il presente. La polemica scoppiata nell&#8217;Ottocento al fine di stabilire se il teatro derivi dal rito oppure il secondo dal primo non è ancora finita e certo, prima e dopo i riti dionisiaci e la tragedia greca, le due forme di rappresentazione sono state spesso miscelate tra loro nel fine comune di pervenire alla catarsi o liberazione dal male che le ha anche avvicinate alla terapia nella forme particolari &#8211; così affini alla psicoterapia &#8211; praticate teatralmente e ritualmente entro i sacri recinti dei templi dai sacerdoti di Esculapio.</p>
<p><strong>11. </strong>Come abbiamo visto, la moderna psicoterapia, può fare uso di sostanze psicotrope, ricorrere a forme di condizionamento psichico del comportamento, oppure avere modalità proprie ogni volta diverse, ma in tutti i casi il suo scopo è di trasformare, attraverso la presa di coscienza, una rappresentazione malata in una «sana», o almeno così considerata dal contesto sociale in cui è destinata a svolgersi. La conseguenza logica è che, finché l&#8217;uomo sarà quello che è, non si può ipotizzare che le attuali o future moderne tecnologie possano in alcun modo modificare il significato della psicoterapia in quella che è la sua essenza. Potranno ovviamente mutare gli stili del racconto, i modi delle rappresentazioni, la forma delle maschere, ma non la sostanza della psicoterapia che interviene sulla rappresentazione che l&#8217;uomo fa, di sé e del mondo, per gli altri e per se stesso. La possibilità di agire terapeuticamente rimane sostanzialmente invariata, quale che possa essere la tecnologia messa a disposizione del terapeuta e del paziente: l&#8217;informatica, la globalità di internet, il monitoraggio e il brain imaging e le più sofisticate risorse della farmacologia nucleare e della neurochirurgia, porteranno il loro contributo, moltiplicando e rinnovando le variabili attraverso cui si snoderà l&#8217;immutabile narrazione di una vita che tende ad evolversi, partendo da una rappresentazione malata, verso una rappresentazione sana. Il massimo auspicabile di rappresentazione della salute resta comunque &#8211; per noi &#8211; quella che è consapevole di se stessa, raggiungibile soltanto attraverso la presa di coscienza.</p>
<p>Le caratteristiche fondamentali della mente dell&#8217;uomo sono oggi le stesse di migliaia di anni fa, non sono infatti state modificate né dalla geometria non euclidea, né dalla teoria della relatività o della fisica sub-atomica, né dalla progressione geometrica del progresso scientifico degli ultimi cento anni; al tempo dei missili, le strutture cerebrali continuano ad essere le stesse dell&#8217;uomo che combatteva usando l&#8217;arco e le frecce, quella che è cambiata è forse la velocità di ogni tipo di movimento, che però continua a realizzarsi entro lo stesso spazio psichico. Possiamo inventare significanti e macchine capaci di elaborarne di sempre nuovi e più sofisticati, ma il tentativo di evadere in altre dimensioni spazio-temporali rimane per l&#8217;uomo soltanto una forma di delirio che diventa per forza di cose oggetto di cura. Ciò vale almeno fino ad oggi e bisogna evitare di ipotecare un futuro che non conosciamo e che non siamo quindi in grado di rappresentarci.</p>
<p><strong>12. </strong>C’è forse un aspetto del futuro che però ha già avuto un inizio di rappresentazione ed è quello che concerne quella forma di inter-relazione umana caratterizzata dalla sessualità e dalla procreazione.<br />
Non è più fantascienza immaginare oggi che il concepimento avvenga senza copula, ovvero senza unione sessuale tra un uomo e una donna: spermatozoi ed ovuli possono essere prelevati al fine di una fecondazione ed anche di una gravidanza extra-uterina che culmini con la nascita di un nuovo essere umano che potrà proseguire il suo ciclo vitale senza dover avere alcun contatto col corpo della madre, neppure al fine del nutrimento. Questa prospettiva cambia, per esempio, la rappresentazione che si è sempre avuta del corpo della donna, come finalizzato alla funzione riproduttiva e al molo materno: fianchi larghi per contenere il feto, mammelle per allattare il bambino e via dicendo. Da un punto di vista evolutivo, venuta meno la funzione di fattrice, il corpo della donna potrebbe essere rappresentato privo di alcune delle sue fondamentali caratteristiche secondarie (allo stato delle cose ancora non è dato ipotizzare quali trasformazioni evolutive potrebbero subire gli organi genitali del maschio e della femmina).</p>
<p>A questo punto, è proprio la dinamica pulsionale che verrebbe sconvolta e con essa quella dei rapporti tra figure finora considerate significative come la triade padre-madre-figlio e i suoi corollari della famiglia più o meno allargata e del sistema sociale complessivo.<br />
La psicoterapia vedrebbe così completamente mutare l&#8217;oggetto del suo intervento e i punti di riferimento, fin qui univoci per pazienti e terapeuti.</p>
<p>La presa di coscienza potrebbe evolversi dinamicamente allo stesso modo in mancanza di rapporto coi genitori biologici o comunque con figure genitoriali? Le strutture fondamentali dell&#8217;inconscio in quale modo continueranno a sussistere? L&#8217;inconscio stesso su quali nuovi contenuti potrebbe fondarsi?</p>
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		<title>Psicoanalisi contro n. 34 &#8211; Breve compendio di teoria e storia delle psicoterapie (3^parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 1998 08:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[7. In generale possiamo dire che la terapia debba entrare in azione quando il disagio dell&#8217;essere umano si è manifestato, allora il terapeuta, usando le conoscenze che ha a sua disposizione, interviene per ripristinare la cosiddetta salute, fisica o psichica. L&#8217;intervento terapeutico si articola in parecchi momenti: anamnesi, diagnosi, terapia vera e propria. In senso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>7.</strong> In generale possiamo dire che la terapia debba entrare in azione quando il disagio dell&#8217;essere umano si è manifestato, allora il terapeuta, usando le conoscenze che ha a sua disposizione, interviene per ripristinare la cosiddetta salute, fisica o psichica. L&#8217;intervento terapeutico si articola in parecchi momenti: anamnesi, diagnosi, terapia vera e propria. In senso stretto viene messo in discussione se faccia parte della terapia la profilassi, ovvero quegli interventi sulla persona o sulla realtà che la circonda atti a prevenire il disturbo, certo è che la profilassi costituisce il momento più &#8220;sociale&#8221; della cura. In particolare vi sono modalità terapeutiche in cui i diversi momenti della cura sono difficilmente isolabili: la scienza dell&#8217;alimentazione, per esempio, può intervenire su un disturbo oppure indicare un comportamento. Stile di vita, sport, urbanistica, agricoltura, ecologia e difesa dell&#8217;ambiente, con tutte le eventuali implicanze politiche, sono altrettanti possibili interventi di profilassi e addirittura di cura. Sono forse da considerare affini alle terapie anche certe tecniche di evitamento, come avviene nel caso di allergie o idiosincrasie patologiche.</p>
<p>In tutti i casi, fa parte dell&#8217;atteggiamento terapeutico anche la valutazione del rapporto costi-benefici, sia in senso assoluto, sia in senso relativo. Determinati stili di vita, che dipendono dai ritmi di lavoro, dalla qualità del cibo, e persino dall&#8217;inquinamento atmosferico possono determinare lo sviluppo di alcune patologie; ma talvolta contrastarli avrebbe costi eccessivi, come avverrebbe per esempio se si decidesse paradossalmente di eliminare ogni forma di locomozione di mezzi di trasporto veloci funzionanti ad energia &#8220;artificiale&#8221;: si eliminerebbe l&#8217;inquinamento e ridurrebbe la mortalità, ma a costi socialmente non sostenibili per la nostra civiltà. Un compromesso è quello verso cui ci si è orientati, fissando regole di comportamento, stabilendo limiti alle soglie di inquinamento, incentivando le ricerche per l&#8217;impiego di energie cosiddette &#8220;pulite&#8221; e per il conseguimento della maggior sicurezza possibile. La salute è un bene, oltre che individuale, anche sociale che va difeso in ogni sede anche non strettamente terapeutica e questa difesa è un dovere politico e morale, oltre che scientifico. Paradossalmente, il mondo conosce anche situazioni al cui interno i rapporti costi-benefici sono adeguati ad un altissimo livello della qualità di vita, ma ciò avviene a spese delle popolazioni di aree molto vaste alle quali viene imposto di sostenere tutto il peso di una scelta altrui.</p>
<p>È più importante privilegiare la salute e l&#8217;equilibrio psicofisico dei bambini in quanto adulti di domani oppure investire nel presente, popolato però da quelli che erano i bambini di ieri? È chiaro che un principio di giustizia sembrerebbe pretendere per ogni uomo la stessa massima sollecitudine possibile, dal momento del suo concepimento a quello della sua morte.</p>
<p><strong>8. </strong>La psicologia è la scienza della psiche e la psicoterapia è la sua applicazione nella cura. Dal punto di vista conoscitivo e terapeutico si possono dividere le terapie psichiche in: neurologia, psichiatria e psicologia clinica.<br />
La neurologia studia l&#8217;anatomia del sistema nervoso centrale e periferico, il suo funzionamento e le possibili alterazioni, dal punto di vista strettamente cellulare. Le altre due sono sovrapponibili: si potrebbe dire che la psichiatria è praticata da medici ed interviene con i farmaci, mentre la psicologia clinica opera per mezzo di non medici e non si serve di farmaci. Oggi, però, la psicologia clinica è praticata sia da medici sia da non medici e spesso fa ricorso ai farmaci.</p>
<p>a) La neurologia rigorosamente farmacologica o chirurgica, somministra il farmaco od effettua l&#8217;intervento che reputa più adatto, osserva le reazioni ed eventualmente corregge la prescrizione o la posologia, senza affrontare col paziente le motivazioni del suo disagio, limitandosi ad un ascolto frettoloso dell&#8217;anamnesi, su cui basa la sua diagnosi, riferita a qualche schema clinico precostituito. È questo un tipo di terapia di basso profilo che affronta i problemi ad un livello soltanto meccanicistico, che trascura l&#8217;analisi delle possibili cause del disagio e rimane legata a una concezione positivistica ottocentesca. Proprio per queste ragioni, può essere messa in discussione la legittimità di un suo inserimento tra le psicoterapie propriamente dette.</p>
<p>b) La psichiatria riconosce l&#8217;esistenza di alcune dinamiche psichiche, talvolta arriva a servirsi delle categorie di lettura proprie della psicologia del profondo; tenta di intervenire con i farmaci o con tecniche psicoterapeutiche legate al comportamentismo che hanno soprattutto lo scopo di inibire i comportamenti ritenuti patologici o devianti; è questo un approccio che può essere estremamente vario, secondo la formazione del terapeuta e le sue convinzioni culturali, secondo le quali viene dosato il rapporto tra il farmaco e la psicoterapia.<br />
A fianco di queste forme di terapia che valutano in modo più o meno organicistico o più o meno psicologico il disturbo psichico c&#8217;è poi da considerare la posizione di chi lo considera esclusivamente frutto della situazione sociale e quindi non si propone di intervenire sul malato, ma interviene sulla società: è questa la posizione dell&#8217; «antipsichiatria» degli anni &#8216;70, che oggi sta ritornando in auge.</p>
<p>c) La psicologia clinica interviene sul disagio con tecniche che in linea di principio, almeno alle origini, avrebbero dovuto escludere ogni ipotesi di intervento chirurgico o farmacologico.<br />
Oggi questo non è più vero, le diverse scuole psicoterapeutiche valutano ciascuna a suo modo il rapporto con la farmacologia e fanno ricorso a tecniche di ogni tipo: da quelle puramente verbali a quelle strettamente corporee, passando per le più articolate modulazioni e dosaggi di ingredienti.</p>
<p><strong>9.</strong> Una forma particolare di psicoterapia — che oggi è articolata in una miriade di varianti — è quella che si propone di curare attraverso la presa di coscienza, da parte del malato, delle ragioni profonde del suo disagio: questa psicoterapia può essere rigorosamente terapia della parola, oppure può associare ad essa il farmaco o il gesto, ma sempre con lo stesso obiettivo di permettere l&#8217;analisi del profondo, e di guarire attraverso l&#8217;interpretazione del significato originario dei sintomi che riesce così a cancellare o almeno a controllare.</p>
<p>Cosa voglia dire salute psichica ancora non si sa, certo è che varia secondo i contesti ambientali e sociali; quale che sia però il contesto ed il criterio per cui si reputa necessario intervenire terapeuticamente, soltanto il metodo che si serve della presa di coscienza pare oggi rispettare ovunque la persona presa in considerazione come paziente. Il terapeuta può servirsi di una benzodiazepina per attenuare l&#8217;ansia, ma realizza correttamente il suo ruolo solo se prevede nel quadro terapeutico la possibilità di dare al suo paziente gli strumenti per prendere consapevolezza delle ragioni inconsce per cui l&#8217;ansia si è insediata. La presa di coscienza non prescinde neppure dalle spiegazioni organicistiche e funzionali, ma ristabilisce l&#8217;unità della persona e la rispetta.<br />
Non c&#8217;è limite al concetto di psicoterapia, ma l&#8217;approccio corretto è solo quello che passa attraverso la presa di coscienza da parte del malato.</p>
<p>Due sono le derive possibili: 1) quella che riconosce alla presa di coscienza una certa utilità, ma che ne rifiuta l&#8217;efficacia terapeutica, senza l&#8217;appoggio di farmaci che modifichino sostanzialmente o funzionalmente i sistemi neuro-psichici coinvolti; 2) quella che pensa che i sintomi più o meno gravi siano espressioni di contenuti soltanto inconsci ed esperienziali e che vadano curati esclusivamente all&#8217;interno di un ambito psicodinamico, rifiutando ogni sussidio farmacologico.</p>
<p>Non c&#8217;è invece contraddizione nell&#8217;applicazione dei farmaci all&#8217;interno delle terapie psicodinamiche, né ve ne è nell&#8217;operazione inversa di inserire a fianco del farmaco un lavoro di elaborazione ed interpretazione che ha come fine la presa di coscienza. I sintomi vanno combattuti con tutti i mezzi, ma la liberazione dal disagio non si realizza con la loro semplice scomparsa &#8211; che, sia detto per inciso, è spesso dapprima uno spostamento o una trasformazione &#8211; la quale è solo il primo passo verso la guarigione. In occidente, oggi, lo strumento privilegiato di comprensione è la ragione, che è considerata una delle funzioni principali della mente, situata nel complesso apparato cerebrale. Ciò potrà un giorno nuovamente essere contraddetto, come è avvenuto in altri tempi ed avviene in altri luoghi, da altre genti e altre culture, ma deve rimanere valido per noi.</p>
<p>Tutte le tecniche terapeutiche hanno quindi valore solo per i risultati positivi che ottengono, restituendo la massima felicità possibile a chi patisce nel dolore della malattia, quale che sia la Weltanschauung, sempre opinabile, che le sottende. Che la psicoterapia sia una scienza ed una pratica suggestiva è innegabile, oggi come ieri, ma il valore che dobbiamo considerare come minimo comune per definirla ed accettarla come tale è quello per cui viene riconosciuta comunque come espressione della capacità che solo un uomo può avere di comprendere l&#8217;altro uomo.<br />
Forse va aggiunto che nessun uomo ha il diritto di intervenire sul suo simile, senza aiutarlo a comprendere quale è il progetto di cura e il concetto di salute a cui fa riferimento, al fine di permettergli tutta la libera scelta possibile, e ciò vale sia in campo psicologico, sia in qualunque altra forma di cura.<br />
Qual è allora l&#8217;essenza della psicoterapia? 1) una psiche umana che tenta di capire la psiche di un altro uomo; 2) l&#8217;intenzione di usare questa comprensione per superare il disagio psichico; 3) l&#8217;obiettivo finale della presa di coscienza.<br />
Date queste premesse, si può considerare psicoterapia ogni forma di psicologia clinica, dinamica e non dinamica, individuale e di gruppo, compresa tra quelle sopra elencate o anche in aggiunta, purché non escluda esplicitamente l&#8217;ipotesi della presa di coscienza da parte del paziente.</p>
<p>In ogni caso il terapeuta deve essere consapevole che il suo fine è di alleviare la sofferenza e che il solo male incurabile è la morte, che si può rinviare, ma non sconfiggere. La presa di coscienza, raggiunta insieme dal paziente e dal terapeuta, è la vera e sola forma di psicoterapia possibile. Questo significa passare dal campo dei giudizi di fatto a quello dei giudizi di valore, poiché porta a concludere che la terapia migliore è la psicoterapia a base dinamica, in quanto è la sola che pone esplicitamente come proprio obiettivo finale la presa di coscienza delle strutture più profonde dell&#8217;inconscio.</p>
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		<title>Psicoanalisi contro n. 33 &#8211; Breve compendio di teoria e storia delle psicoterapie (2^parte)</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 1998 08:44:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[4. La psicoanalisi
La psicoanalisi &#8211; termine a rigore applicabile solo alla teorizzazione e alla psicoterapia di Sigmund Freud &#8211; si può fare coincidere con il succedersi delle varie teorie e posizioni della psicologia dinamica sull&#8217;inconscio.
Freud organizzò due principali teorie dell&#8217;apparato psichico: la prima nel 1899, la seconda nel 1920. Sintetizzando, possiamo dire che nella Interpretazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>4.</strong> La psicoanalisi<br />
La psicoanalisi &#8211; termine a rigore applicabile solo alla teorizzazione e alla psicoterapia di Sigmund Freud &#8211; si può fare coincidere con il succedersi delle varie teorie e posizioni della psicologia dinamica sull&#8217;inconscio.</p>
<p>Freud organizzò due principali teorie dell&#8217;apparato psichico: la prima nel 1899, la seconda nel 1920. Sintetizzando, possiamo dire che nella Interpretazione dei sogni del 1899 teorizza una divisione topica dell&#8217;apparato psichico in tre parti: inconscio, preconscio e coscienza:</p>
<blockquote><p>&#8220;Abbiamo descritto i rapporti dei due sistemi tra loro e con la coscienza, dicendo che il sistema Prec sta come uno schermo tra il sistema Inc e la coscienza; che il sistema Prec non solo sbarra l&#8217;accesso alla coscienza, ma governa anche l&#8217;accesso alla motilità volontaria e dispone dell&#8217;emissione di una energia di investimento mobile, una parte della quale ci è nota come attenzione&#8221;</p></blockquote>
<p>(1899, Opere, vol. II, Boringhieri, p.559).</p>
<p>Dopo il 1920, Freud modifica la teoria dell&#8217;apparato psichico, strutturato ora in Es, Io e Super-Io: in questo ambito l&#8217;inconscio è presente in tutte le tre istanze:</p>
<p>&#8220;Un individuo è dunque per noi un Es psichico, ignoto e inconscio, sul quale poggia nello strato superiore l&#8217;Io, sviluppatosi dal sistema P come da un nucleo (&#8230;) Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. I motivi che ci hanno indotto ad ammettere un gradino, una differenziazione all&#8217;interno dello stesso Io a cui va data la denominazione di ideale dell&#8217;Io, o Super-Io, sono stati esposti altrove&#8221;</p>
<p>( 1922 a, L&#8217;Io e l&#8217;Es, Opere, vol. IX, Boringhieri, p.486-491).</p>
<p>La teoria freudiana è sì un tentativo di interpretare le dinamiche psichiche dell&#8217;individuo e della società, ma è anche, per precipuo interesse di Freud, una tecnica mirante ad affrontare e risolvere i disagi psichici, una terapia vera e propria. Valutandola inadeguata ad affrontare i deliri delle psicosi, Freud rivolse la sua psicoanalisi alla cura della nevrosi. In questo tipo di patologia il malato non perde il contatto con la realtà, benché possa esprimere sintomatologie che gli procurano grave sofferenza.</p>
<p>Secondo Freud i sintomi sorgono da un conflitto inconscio tra una pulsione desiderante e l&#8217;istanza di rimozione che, per ragioni personali o sociali, le impedisce di affiorare alla coscienza e la reprime. Se la pulsione è sufficientemente forte si trasforma in un sintomo che rappresenta una sorta di compromesso tra la pulsione stessa e l&#8217;istanza che la censura. Attraverso l&#8217;analisi del profondo, grazie anche ai sogni e alle libere associazioni del paziente, il terapeuta scopre la pulsione nascosta e rende vana la ragion d&#8217;essere del sintomo, liberando così il paziente dalla sofferenza.</p>
<p><strong>5. </strong>Evoluzione della psicologia dinamica</p>
<p>C.G. Jung fonda la sua &#8220;terapia analitica&#8221; su una diversa concezione dell&#8217;inconscio, che egli chiama &#8220;inconscio collettivo&#8221; e che agisce a fianco di quello individuale, come dimostrerebbero anche gli istinti, trasmessi geneticamente e che hanno la loro rappresentazione psichica negli &#8220;archetipi dell&#8217;intuizione&#8221;:</p>
<p>&#8220;l&#8217;inconscio collettivo è una parte della psiche che si può distinguere in negativo dall&#8217;inconscio personale per il fatto che non deve, come questo, la sua esistenza all&#8217;esperienza personale (&#8230;) L&#8217;inconscio collettivo, invece, è formato essenzialmente da &#8220;archetipi&#8221;. Il concetto di archetipo, che è un indispensabile correlato dell&#8217;idea di inconscio, indica l&#8217;esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e ovunque&#8221;</p>
<p>(Jung, 1936-54, Gli archetipi dell&#8217;inconscio collettivo, vol.IX, Opere, Boringhieri, p.43 ).</p>
<p>La terapia junghiana, basandosi anche sulla lettura di fantasie alchimiste e su concetti della filosofia orientale che egli crede di ritrovare nell&#8217;inconscio di tutti, è di tipo soprattutto esortativo, poiché cerca di condurre il paziente non tanto a ritrovare i propri desideri inconsci, quanto a ritrovare una personalità piena in accordo con la società e gli antichi miti.<br />
Alfred Adler si separa da Freud nel 1911 e fonda la &#8220;psicologia individuale&#8221;. La sua terapia è una psicagogia che guida verso piani di vita corretti: l&#8217;individuo si trova in un mondo in cui sente che tutti sono più forti di lui. A causa di questa sua debolezza prova un &#8220;complesso di inferiorità&#8221; al quale può reagire in modo patologico, con atteggiamenti assurdi di onnipotenza, oppure di sconfitta e confusione; con l&#8217;aiuto della psicoterapia, può diventare consapevole dei propri limiti e delle proprie effettive potenzialità.</p>
<p>Heinz Hartmann, fondatore della psicologia dell&#8217;Io, ritiene possibile una sintesi tra la psicoanalisi e la neurofisiologia. Lo scopo della terapia non è tanto l&#8217;analisi dell&#8217;inconscio, ma il rafforzamento dell&#8217;Io.<br />
Per la scuola di Chicago e Kohut, scopo della cura è lo sviluppo armonico della personalità al fine di sopprimere le forze di neutralizzazione provenienti dal Sé narcisistico.<br />
Dopo Freud e Jung, Jacques Lacan è il più grande teorico della psicoanalisi europea, secondo il quale l&#8217;essere umano è costituito dalla parola la quale fonda e costituisce l&#8217;inconscio. La terapia consiste nell&#8217;analizzare le strutture linguistiche inconsce del paziente: il terapeuta deve gettare su di esse una luce con poche frasi dense di significato.</p>
<p><strong>6. </strong>La psicologia clinica non dinamica<br />
1.	Il comportamentismo cerca di individuare le buone e cattive abitudini, favorendo le prime ed inibendo le seconde: Watson e le sua scuola tentano dapprima di agire sui bambini soprattutto curandone le zoofobie. La terapia comportamentale in seguito è diffusissima ed insegna ad apprendere modelli di comportamento. A tal fine si possono anche usare stimoli negativi, come per esempio, l&#8217;odore sgradevole in concomitanza con la comparsa dei sintomi o la sveglia contro l&#8217;enuresi; oppure positivi, come il rinforzo o il sostegno del terapeuta, che viene poi soppresso progressivamente in caso di successo terapeutico. Un&#8217;altra tecnica è lo shaping, o modellaggio del comportamento, della terapia comportamentale americana che si realizza attraverso la rottura delle catene e della routine, o anche con il confronto, per rinforzare la fiducia in sé. Nel coping skill training si favoriscono situazioni imbarazzanti che insieme con l&#8217;esercizio di controllo delle idee mirano ad ottenere una sorta di immunizzazione contro lo stress. Sono poi previste sedute di sostegno dopo la terapia (booster) per rinforzare i comportamenti positivi.</p>
<p>2.	La psicologia cognitiva considera la psiche uno strumento cognitivo e si divide in tre scuole: quella di Ginevra la quale completa l&#8217;approccio di Piaget e studia le procedure di soluzione dei problemi, quella neo-strutturalista che descrive un modello di sviluppo in termini di strutture di controllo esecutive, quella del cognitivismo comportamentale che si fonda sulle categorizzazioni e sulle immagini mentali, quest&#8217;ultima particolarmente coinvolta nei problemi della psicologia dello sviluppo.</p>
<p>3. La desensibilizzazione sistematica, messa a punto dallo psicologo sudafricano Joseph Wolpe, tenta di eliminare progressivamente le abitudini d&#8217;angoscia, applicando: a) tecniche di rilassamento; b) la messa a punto di gerarchie di angoscia, tenute sotto controllo; c) immaginazioni molto brevi di contenuti d&#8217;angoscia con gerarchia prestabilita; d) processi di confronto: sotto la sorveglianza del terapeuta l&#8217;angoscia viene amplificata (flooding). Il brain storming consiste nella riduzione e superamento di problemi e l&#8217;elaborazione collettiva di soluzioni attraverso: a) allenamento a capire la vita; b) allenamento all&#8217;autoguarigione.</p>
<p><strong> 4.</strong> Carl Rogers, ispirandosi a Rank e alla filosofia cinese fonda la psicoterapia non direttiva &#8220;counseling and psychotherapy&#8221; (1942), anche detta psicoterapia centrata sul paziente: in dieci tappe il paziente giunge alla rivalutazione di sé; l&#8217;obiettivo è una personalità pienamente capace di funzionare, con autostima. Il terapeuta vede subito le cause del disagio, ma se le dice, il paziente oppone resistenze, che il terapeuta fa girare a vuoto (cfr. Lao Tsu); allora il terapeuta gli rinvia i suoi pensieri come uno specchio, lo apprezza ed emotivamente lo appoggia, gli fa lasciare l&#8217;ipocrisia per l&#8217;autenticità, la terapia finisce quando il paziente riesce a realizzarsi.</p>
<p><strong>5.</strong> Le terapie dei disturbi della comunicazione<br />
Watzlawick e la sua scuola analizzano la comunicazione dal punto di vista della relazione e del contenuto; è una terapia che cura i disturbi soprattutto comunicativi all&#8217;interno della relazione a due.</p>
<p><strong> 6.</strong> La terapia transazionale fondata da Erik Berne, teorizza che la relazione sia sempre un&#8217;inter-azione sociale che sfocia in una transazione (contratto) tra la persona e gli altri: partendo da Freud si parla di struttura relazionale-transazionale, io-bambino, io-adulto, io-super Io dei genitori: questi tre livelli spesso si confondono quando le relazioni sono incrociate e non parallele; il terapeuta deve districare queste comunicazioni incrociate (per esempio evidenziando i riti del ricatto reciproco, etc.).</p>
<p><strong> 7.</strong> Nella terapia della &#8220;comunicazione terapeutica&#8221; si parte dalla teoria di Bateson: il terapeuta si trova di fronte ai due partner della coppia in un atteggiamento di meta-comunicazione, è dentro la diade, ma ne è anche fuori, induce meta-regole sia individuali sia di superamento dei comportamenti patologici.</p>
<p><strong>8.</strong> La psicologia umanistica: qui troviamo psicoanalisti esistenziali come Binswanger o come Frankl con la sua logoterapia, o la cura dell&#8217;autorealizzazione di May e Maslow.</p>
<p><strong>9.</strong> La stessa impostazione umanistica ha la scuola della Gestalttherapie che si oppone alla disintegrazione della forma della persona<br />
attraverso il lavoro corporeo e sul sogno o attraverso il feed back.</p>
<p><strong>10.</strong> Nella terapia razionale ed emotiva, fondata nel 1980 da Albert Ellis, si ricerca il cambiamento nei confronti della vita; l&#8217;elemento fondamentale è la discussione.</p>
<p><strong>11.</strong> Le psicoterapie psicotrope                                                                                                                                                                                                         Qui parliamo di terapie psicofarmacologiche che però non dovrebbero mai essere usate senza supporto psicoterapeutico; le sostanze psicotrope possono essere variamente classificate: a) tranquillanti; b) antidepressivi; c) stimolanti; d) sedativi; e) psicomimetici o alcaloidi; f) le terapie per megavitamine; g) allucinogeni; h) neurolettici per i disturbi gravi di perdita di contatto con la realtà e deliri. I farmaci psicotropi hanno un&#8217;azione diffusa sulle regioni cerebrali, per cui la loro applicazione è quanto mai imprecisa.</p>
<p><strong> 12.</strong> La biodinamica o terapie che passano attraverso il corpo, antiche come il Tai-chi-chuan cinese. È difficile tracciare confini tra queste ed esercizi come la danza o lo sport; da notare: a) l&#8217;holding di Tinbergen: si tiene a lungo abbracciato il bambino autistico; b) l&#8217;eutonia di Alexander, ovvero l&#8217;autosperimentazione del corpo; c) il rolfing di Ida Rolf, ovvero la correzione delle brutte positure corporee; d) l&#8217;orgonoterapia di Reich (in qualche modo collegato alla psicologia dinamica), che attraverso la nudità scarica le tensioni libidiche ed allenta le corazze caratteriali; e) la bioenergetica di Lowen, simile alla precedente ma attenuata, scioglie le tensioni fisiche accumulate nella vita: il terapeuta aiuta l&#8217;accesso agli aspetti piacevoli di sé e del mondo.</p>
<p><strong> 13. </strong>Il bio feedback è una terapia corporea attraverso apparecchiature, impiegata soprattutto contro lo stress: si riducono le scariche di adrenalina, l&#8217;ipertensione etc.; vi si perviene attraverso il riposo psico-fisico, le informazioni vengono fornite da apparecchi elettrici che misurano, per esempio, il tono muscolare per rilassarlo.</p>
<p><strong> 14.</strong> Le terapie a mediazione corporea sono tecniche complesse difficili da gestire da parte del terapeuta per la molteplicità di risonanze fisico- psichiche che suscitano in paziente e terapeuta. Il rapporto fisico è sempre stato usato per indurre sensazioni piacevoli, di sicurezza o di rilassamento: il toccamento della madre, l&#8217;abbraccio sessuale, amichevole, il solletico, le carezze etc. È questo un approccio originario per l&#8217;essere umano e coinvolge corpo e psiche e sessualità per cui è rigorosa la preparazione all&#8217;adozione di queste tecniche e alla lettura dei messaggi inconsci; sono tecniche pericolose anche se spesso positive, da preferirsi quando la relazione verbale è impossibile e la terapia farmacologica è inutile o dannosa, spesso sbloccano irrigidimenti e incapacità percettive, depressioni. Due sono i tipi di pazienti più adatti: quelli psichicamente molto disturbati che vanno trattati sotto supervisione medico-psichiatrica e i pazienti che vogliono allargare le proprie capacità percettive. I limiti sono difficili da stabilire; si elencano: a) riabilitazione psicomotoria; b) tecniche di rilassamento; c) il massaggio (deve tenere conto del livello psichico fisico ed emozionale: sfioramento, pressione, percussione, vibrazione, pétrissage, massaggio californiano, shiatsu, massaggio biodinamico in cui si associa l&#8217;approccio verbale di tipo psicodinamico, il rolfing di modellamento e massaggio profondo, doping cinese, automassaggio); d) il pack, impacchettamento in lenzuola bagnate, poi asciutte al caldo (si rifà a principi di Ferenczi, Reich e Winnicott accompagnato da rapporto verbale col paziente che descrive le proprie sensazioni corporee); e) tecniche di gestalt; f) riflessologia, massaggio dei piedi e delle mani.<br />
Si fa anche ricorso alle terapie corporali in altre quattrb direzioni: a) il controllo corporeo di Goldberg; b) l&#8217;allenamento alle funzioni sensoriali, come l&#8217;aroma-terapia di Valnet ; c) l&#8217;esperienza corporea (a tappe); d) le funzioni corporee particolari di Proskauer (come la respirazione o breathing).</p>
<p><strong> 15.</strong> Le meditazioni possono avere carattere psichico o religioso e permettono il rientro in sé: derivano in parte dal misticismo buddista o cristiano. La meditazione occidentale va dai riti di Dioniso, agli &#8220;esercizi spirituali &#8220;di Loyola (1548), a formule verbali per il controllo del ritmo cardiaco, risalenti a San Gregorio del Sinai, fino ad oggi.</p>
<p><strong> 16.</strong> Lo yoga che è religioso in oriente, nei suoi vari aspetti, ha un carattere meno religioso in occidente.</p>
<p><strong>17. </strong>La boxe contro la propria ombra, praticata dai taoisti cinesi.</p>
<p><strong> 18.</strong> L&#8217;arte-terapia più famosa è la musicoterapia, c&#8217;è anche pittoterapia, danza-terapia etc.</p>
<p><strong>19.</strong> Il training autogeno di Schultz è quasi una situazione di ipnosi, ma non induce il sonno.</p>
<p><strong>20. </strong>Le terapie di gruppo o famigliari di ogni corrente hanno lo scopo di abbassare i prezzi e trovare aiuto dagli altri anche vedendo in loro i propri problemi; il terapeuta (possono essere più di uno) analizza le interazioni gruppali aiutando a chiarire e a superare le dinamiche del gruppo. È importante anche perché applica principi della psicologia sociale.</p>
<p><strong> 21.</strong> Lo psicodramma di Moreno è forse la terapia di gruppo più antica: è teatro di tutti con tutti. L&#8217;idea è di far recitare l&#8217;evento traumatico insieme ad altri pazienti-attori e suscitare la catarsi.</p>
<p><strong>22. </strong>Fanno parte delle terapie di gruppo quelle basate sul movimento di incontro di Lewin, dove gruppi di persone &#8211; che possono già conoscersi oppure no -, o anche gruppi di impresa nell&#8217;incontro con gli altri devono recuperare la fiducia in sé e nella società.</p>
<p><strong>23.</strong> Un caso particolare è l&#8217;elaborazione strutturata di Rogers che fortifica la personalità del paziente all&#8217;interno del gruppo dandogli fiducia in sé e negli altri. I partecipanti possono presentare temi sociali e politici.</p>
<p><strong> 24.</strong> Nella terapia famigliare i terapeuti: a) osservano la costellazione famigliare; b) l&#8217;atmosfera della famiglia; c) analizzano le regole che la famiglia s&#8217;è data. Il fine della terapia famigliare è di sciogliere le tensioni, ristrutturare il campo, risistemare le costellazioni. C&#8217;è anche la terapia familiare behaviorista di Liebermann, quella gestaltica di Kempler, quella multigenerazionale di Spark, tecniche eclettiche come la terapia famigliare integrativa di Textor.</p>
<p><strong> 25.</strong> La terapia infantile. Ovviamente i bambini hanno problemi loro propri ed hanno meno facile accesso ad un rapporto basato sul linguaggio verbale articolato. Tutte le terapie dell&#8217;infanzia si basano sul gioco. Ci sono tre orientamenti principali: a) la psicodinamica (con la polemica tra<br />
M. Klein ed A. Freud): sono terapie che pongono fine alla rimozione attraverso la catarsi; b) il comportamentismo, porta il bambino tramite esercizi ad acquistare un comportamento adeguato al suo stadio di sviluppo (età); c) la terapia centrata sul paziente che cerca l&#8217; auto attualizzazione del bambino il quale deve emanciparsi (terapia ludica di Virginia Axeline, allieva di Rogers e quella dei ruoli fissi di Kelly).</p>
<p><strong> 26.</strong> La terapia del linguaggio: c&#8217;è chi dice che l&#8217;ontogenesi e la filogenesi seguono lo stesso processo per cui la scrittura sopravviene dopo la lingua dei suoni. Più di settanta gruppi di muscoli sono interessati alla costruzione del linguaggio verbale a cui si aggiungono componenti psichiche ed ambientali. I più importanti disturbi sono: a) tartagliamento; b) parafasia (produzione difettosa di suoni e fonemi); c) balbuzie vera e propria; d) difficoltà di articolare; e) agnosia (vedere o sentire le parole, ma non capirle); f) afasia; g) aprassia (perdita dei tratti distintivi del linguaggio); h)afonia; i) logorrea. La logopedia comporta un training specifico per il terapeuta ortofonista. Il linguaggio è disturbato per difetti organici o psichici, va affrontato sui due piani, fino ad arrivare alla psicodinamica (Van Riper e la modificazione sociale teorizzano che il miglioramento del linguaggio dipende anche dalle motivazioni).</p>
<p><strong> 27. </strong>L&#8217;eclettismo sistematico in cui il terapeuta non si richiama a una teoria specifica, ma sceglie programmaticamente quel che gli pare meglio.</p>
<p><strong>28. </strong>Nell&#8217;eclettismo spontaneo il terapeuta sceglie di volta in volta i principi su cui intervenire.</p>
<p><strong>29.</strong> Il sostegno sconfina in esortazione, educazione, ascolto benevolo, aggressione. L&#8217;ascolto e l&#8217;intervento possono diventare tecniche precise. Ogni gesto anche quotidiano di un individuo o di un gruppo può avere comunque effetti psicagogici: vi si può vedere un riflesso di psicoterapia quando è sistematizzata l&#8217;intenzione di modificare il comportamento dell&#8217;altro, scaricare tensioni, armonizzare (l&#8217;ergoterapia specialmente nelle istituzioni può diventare umiliazione o sfruttamento).</p>
<p><strong>30.</strong> Le comunità terapeutiche (all&#8217;interno di strutture più ampie oppure autonome) appoggiano il paziente grazie al sostegno reciproco collettivo e dei terapeuti (tossicodipendenti, asociali, dipendenti). Le tecniche cambiano: si va dagli incontri individuali alle terapie di gruppo. Un problema è quello del significato che assume l&#8217;uso dei farmaci; un altro è quello di definire il ruolo dei leader.</p>
<p><strong>31. </strong>Oggi in ambito sociale abbiamo le cosiddette consultazioni, che non sono vere e proprie terapie organizzate, ma, basandosi su atteggiamenti eclettici, esitano in consultazioni famigliari, per la terza età, per i tossicomani, etc.</p>
<p><strong>32. </strong>La prevenzione psicosociale interviene perché non si creino strutture ambientali-architettoniche disturbanti del comportamento o che inducano comportamenti devianti.</p>
<p><strong>33.</strong> Ambigui riscontri di efficacia ha la shockterapia (insulinica, oggi non più praticata o elettroshock).</p>
<p><strong>34.</strong> La terapia del sonno. Un trattamento che è, a fasi alterne, in voga, usato per inibire ad esempio la bulimia o contenere atteggiamenti maniacali, è stato usato anche contro la depressione, nel qual caso però l&#8217;indicazione risulta controversa poiché alcuni ritengono il sonno depressogeno.</p>
<p><strong>35.</strong> Nella sofrologia medica si comincia dallo stato di sonno, cui succede l&#8217;uscita dal rilassamento, si finisce col dialogo sofronico col terapeuta.</p>
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		<title>Psicoanalisi contro n. 32 &#8211; Breve compendio di teoria e storia delle psicoterapie (1^parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 1998 08:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1.</strong> Terapia deriva dal greco therapeia, cura. Si ritrovano reperti di interventi terapeutici, specialmente chirurgici, risalenti all&#8217;età della pietra: tra l&#8217;altro, resti di crani umani che hanno subito un intervento di trapanazione eseguito migliaia di anni fa; può trattarsi di operazioni fondate sulla magica credenza di far uscire dalla testa gli spiriti maligni, come anche è possibile che ci fosse l&#8217;obiettivo di allentare una pressione endocranica. Cura e malattia hanno sempre avuto risonanze religiose: spesso la malattia è stata collegata alla colpa. Rituali espiatori e pellegrinaggi ai templi risalgono all&#8217;origine della storia.</p>
<p>In alcune regioni dell&#8217; Asia, Africa e Americhe è ancora diffusa la figura dello sciamano-stregone, posseduto dal dio, che usa tecniche particolari per estrarre elementi nocivi immessi nel corpo del malato dagli spiriti del male e che anche con esorcismi allontana i démoni; inoltre è capace di intraprendere un viaggio &#8211; reale o psichedelico — per andare a recuperare l&#8217;anima del malato nel regno degli spiriti; gli sciamani per curare usano anche emetici, sostanze psicotrope, e salassi, tecniche con le quali ottengono talvolta risultati non inferiori a quelli della medicina occidentale; ma la suggestione è il loro strumento principale; inoltre la terapia arcaica e quella sciamanica non distinguono psiche da corpo, ma hanno un atteggiamento &#8220;psicosomatico&#8221;.</p>
<p>La medicina non occidentale continua a basarsi sul sacro, sulla suggestione e sull&#8217;empirismo; mentre l&#8217;occidente ha commesso l&#8217;errore di negare ogni importanza alla suggestione e all&#8217;effetto placebo. In realtà si conosce così poco delle modalità di azione dei farmaci e anche dei sofisticatissimi e potentissimi psicofarmaci che non si può negare che la suggestione e il placebo continuino ad essere elementi della cura.</p>
<p>La medicina post-ippocratica occidentale ancora oggi ha conoscenze molto limitate della realtà organica e fisiologica del corpo umano, sebbene abbia contribuito ad allungare di molto l&#8217;aspettativa di vita per l&#8217;uomo. La stessa medicina però, alleata ad un falso progresso scientifico, potrebbe in futuro — se prevalesse una deriva perversa &#8211; portare l&#8217;umanità alla distruzione. È vero infatti che i farmaci e le tecniche terapeutiche non sono mai neutri. Le mode — nel bene e nel male &#8211; riguardano anche la scienza medica.<br />
La cultura occidentale ha prodotto nel suo costituirsi attraverso i secoli un atteggiamento dicotomico nei confronti della natura umana, scindendo in essa la psiche dal soma, in campo religioso, filosofico e anche terapeutico. Questo atteggiamento non è però stato universale: ancora oggi è presente una concezione diversa, per esempio — come abbiamo visto — negli sciamani, eredi di antiche culture, i quali hanno una visione olistica della persona, che curano nella sua totalità, senza peraltro riuscire ad influenzare più di tanto le culture prevalenti che continuano a dividere l&#8217;uomo in due, non solo metodologicamente, ma anche filosoficamente.</p>
<p>La cosiddetta medicina psicosomatica, che si propone di operare la sintesi tra le due componenti, in realtà non riesce a superare concettualmente la contraddizione, malgrado ogni buona intenzione. La teoria psicosomatica comunque afferma esplicitamente che non vi è patologia organica che non abbia implicazioni psichiche e che ogni disturbo psichico trova espressioni anche organiche. E&#8217; questa un&#8217;indicazione che dovrebbe convincere ogni terapeuta ad affrontare la malattia come un disturbo che riguarda tutta la persona nel suo insieme, fatto di psiche e corpo. Questa stessa totalità deve essere l&#8217;obiettivo anche della ricerca e delle tecniche di intervento più avanzate: non deve infatti esserci contraddizione tra la specializzazione ad altissimo livello, riferita ad ogni componente dell&#8217;organismo umano e la visione globale dell&#8217;uomo. Globalità non significa pensare di poter trovare la &#8220;panacea universale&#8221; capace di guarire tutto insieme, ma vuol dire inserire ogni dettaglio nella prospettiva complessiva della realtà individuale. La medicina specialistica, inoltre, ormai non ha più senso se non si applica all&#8217;interno di un lavoro di équipe sempre più multidisciplinare, anche se questo frustra il sentimento di onnipotenza dello specialista che si fantastica assoluto dominatore del suo campo e sul morbo. Lo stesso lavoro d&#8217;équipe, proprio per questo, oggi incontra ancora limiti che ne riducono l&#8217;efficacia poiché l&#8217;isolamento egocentrico di ciascuno rende complicato trovare metodologie di lavoro comune; isolamento che non può nemmeno essere superato soltanto trasformandolo in un eclettismo indifferente, eticamente poco fondato. La suggestione ha un ruolo fondamentale in ogni terapia e di questo deve essere consapevole tanto il terapeuta quanto il paziente, ma il terapeuta deve evitare di credere che sia soltanto la sua personalità ad avere parte attiva nella cura ed a sua volta il paziente non deve abbandonarsi totalmente alla personalità di chi interviene sul suo disturbo, anche se la fiducia è elemento indispensabile del processo di guarigione. Del resto la suggestione è alla base della relazione tra l&#8217;uomo e il mondo, ma se ne diviene la sola modalità isola l&#8217;individuo nel solipsismo di chi procede soltanto per allucinazioni. L&#8217;unicità della persona umana e l&#8217;arbitrarietà di ogni dicotomia tra spirito e corpo vanno oggi ribadite per coerenza scientifica e morale, ma di fatto, troppi anni di storia della terapia hanno insistito nel dividerli, perché si possa ignorarlo. La distinzione non è stata operata soltanto sul piano metafisico; è vero infatti che si è insediato nell&#8217;inconscio sociale ed individuale della nostra cultura il concetto che, da una parte, vi sia la psiche, ovvero un sistema autonomo, in qualche misura collegato al cervello e al sistema nervoso e dall&#8217;altra vi sia il corpo, che pur avviluppato da un sistema di nervi afferenti e deferenti, abbia una sua vita, un suo modo di reagire, di essere sano o malato. Il cervello stesso viene considerato poi in due modi: da un punto di vista psicologico, come sede delle funzioni esercitate da una mente o psiche che produce il pensiero; da un punto di vista neurologico come complesso cellulare che costituisce una sorta di centro di comando delle funzioni organiche. La malattia psichica viene così considerata un disturbo del comportamento di volta in volta valutato, dagli &#8220;spiritualisti&#8221; o dagli &#8220;organicisti&#8221;, come disorientamento di una funzione superiore o corto circuito di un&#8217;area del sistema neurocerebrale.</p>
<p><strong>2. </strong>La cultura greca classica ha portato con sé una profonda contraddizione: da una parte, la filosofia ha cercato infatti di distinguere anima da corpo, che sarebbe per essa una prigione, insegnando che bisogna: &#8220;&#8230;tenere separata l&#8217;anima dal corpo, e abituarla a raccogliersi e a racchiudersi in sé medesima fuori da ogni elemento corporeo &#8230; tutta solitaria in se stessa, intesa a questa sua liberazione dal corpo come da catene&#8230;&#8221; ( Platone, Fedone, 67c, pag. 114). A ciò però si oppone la concezione, pur sempre greca, della kalokagathìa che unisce bellezza fisica e spirituale e fonda il bene sul bello, ristabilendo un rapporto necessario di unione armonica tra anima e corpo. Il cristianesimo riprende questa contraddizione fino a San Francesco per il quale la natura è segno della presenza divina. Cartesio dà nuova energia alla concezione che distingue tra l&#8217;anima, intesa come mente, da una parte, e corpo, come res extensa, dall&#8217;altra. Nell&#8217;Ottocento, anche la psicologia e la psichiatria, come le altre scienze, cercano di classificare e quantizzare tutti i dati e gli elementi in loro possesso: Esquirol, Wundt, e il progetto per una psicologia scientifica di Freud hanno infatti lo stesso obiettivo di fondo:</p>
<blockquote><p>«L&#8217;intenzione di questo progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiali identificabili» (S. Freud, Progetto per una psicologia scientifica, 1895, Opere, Boringhieri, Torino, 1968, vol. II, pag.201)</p></blockquote>
<p>L&#8217;idea di trovare nei misteri che costituiscono la materia la spiegazione meccanicistica dei problemi ha indotto anche la scienza medica e psicologica a vedere nella fisica lo strumento capace di fornire dati definitivi ed incontrovertibili.<br />
Con la fisica del Novecento infatti si è iniziato ad affrontare il problema della struttura della materia, ma ancora oggi la questione non è risolta (vedi i quark). Anche la fisica più avanzata parte da ipotesi predeterminate. Dire che la materia è energia significa evitare il problema senza risolverlo. Forse perché è irrisolvibile.</p>
<p><strong>3. </strong>Fino alla fine del XIX secolo la filosofia e la psicologia sono strettamente collegate fra di loro e si deve attendere il passaggio tra gli ultimi due secoli per vedere una vera e propria istituzionalizzazione della psicologia come scienza autonoma (anche se in realtà sociologia, biologia e filosofia continueranno a costituire altrettante strutture portanti del pensiero psicologico).</p>
<p>Nel 1892 si costituisce negli Stati Uniti d&#8217;America l&#8217;American Psychological Association, nel 1901 è creata in Francia la Societé Francaise de Psychologie e nel 1912 viene fondata la British Psycological Society. Intanto il 26 aprile 1908 all&#8217;hotel Bristol di Salisburgo si teneva il Primo Congresso di psicologia freudiana (la parola psicoanalisi era stata scartata per volere di Jung). Lightner Witmer, allievo di Wundt, apre a Filadelfia, all&#8217;inizio del 900, la prima clinica psicologica e fonda nel 1907 il giornale Psychological Clinic (l&#8217;uso del termine &#8220;clinica&#8221; nasce forse dal greco kliné, letto e kliniké era già chiamata l&#8217;arte di guarire i malati che si affollavano nei dormitori allestiti presso i templi di Esculapio).</p>
<p>La psicologia clinica fin da subito esprime diverse linee di pensiero che si esplicano in altrettante tecniche terapeutiche. Vedremo in seguito quali sono le principali.</p>
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